Finale di Champions a Istanbul: lo sport si divide, ma la Uefa tace

Saluto militare dei calciatori al termine di Francia-Turchia

Lo scorso 8 giugno Emmanuel Macron condannò i fischi all'indirizzo della Marsigliese alla Torku Arena, in Anatolia. A distanza di 128 giorni le scaramucce sportive (i campioni del mondo persero 2 a 0) hanno assunto un valore politico. La Turchia bombarda i curdi e la sfida di ieri sera al Saint Denis, valida per le qualificazioni agli Europei di calcio del 2020, è stata vissuta in una Parigi blindata e invasa da 30mila tifosi della mezzaluna. Agli ospiti la federcalcio transalpina aveva fornito 4mila tagliandi, ma i sostenitori turchi, privi di biglietto, sono arrivati da Svizzera, Belgio, Olanda e Germania. Allo stadio tutto è andato per il verso giusto e le tifoserie hanno cantato i rispettivi inni senza fischiare gli avversari. Sembrava fosse filato tutto liscio, ma alla fine della partita i giocatori turchi hanno fatto il saluto militare a Erdogan. Creando così ulteriore preoccupazione sulla qualificazione che, seppure alla portata di entrambe le squadre, danza su un contesto politico tesissimo, con Parigi che ha annunciato la sospensione delle vendite di armi ad Ankara, accusando la Turchia di offensiva unilaterale che favorirà il riemergere dell'Isis. Per dare un segnale forte il ministro francese degli Esteri, Jean-Yves Le Drian, non ha assistito alla partita, mentre sul fronte turco erano presenti i ministri dello Sport e della Giustizia e l'ambasciatore a Parigi. Proprio il responsabile del dicastero sportivo, Kasapoglu, ha ribadito entrando allo stadio che «lo sport deve unire prima di tutto. Significa pace, fraternità, cortesia». Affermazioni che stonano con l'atteggiamento della squadra di Gunes, che contro l'Albania ha festeggiato i gol con il saluto militare e il sostegno all'esercito di Erdogan. Un appoggio ribadito dal vice capitano dei turchi, Irfan Kahveci. «Non siamo guerrieri, ma uomini di sport. Il saluto non è stato altro che un incoraggiamento ai nostri soldati impegnati a sradicare il terrorismo». «I turchi beffeggiano i valori dello sport - tuona Marine Le Pen - È tempo che la Uefa sanzioni questa deriva».

Da destra a sinistra il coro è unanime: non bisognava farli giocare e in futuro ostracizzarli laddove possibile. Ieri è arrivato il licenziamento per il calciatore turco Cenk Sahin, che milita nel St. Pauli e che la scorsa settimana su Instagram aveva appoggiato l'offensiva turca contro i curdi. E la Turchia le sanzioni sportive le rischia davvero. È probabile che dopo l'invasione della Siria venga revocata la scelta di Istanbul come sede della finale di Champions League del prossimo 30 maggio. Il vice presidente dell'Uefa, l'italiano Michele Uva, è apparso cauto: «Si tratta di un atto forte. Valuteremo la situazione, ma in questo momento è prematuro».

Sport e politica continueranno a incrociarsi nei prossimi giorni. Il Real Madrid, atteso il 22 ottobre a Istanbul per la decisiva sfida di Champions col Galatasaray, ha chiesto all'Uefa ampie garanzie di sicurezza, valutando anche la possibilità di spostare l'incontro in Germania. Neppure la Roma è tranquilla: in agenda a novembre ha una gara di Europa League a Istanbul, ma non contro una squadra qualsiasi. Affronterà il Basaksehir, club di proprietà del discusso Erdogan.

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