Dal "Financial Times" un'entrata a gamba tesa È terrorismo finanziario

Il quotidiano inglese cerca di condizionare gli elettori: se Renzi perde 8 banche in bilico

Dal "Financial Times" un'entrata a gamba tesa È terrorismo finanziario

Siamo al terrorismo finanziario: scrivere, come titola il più venduto quotidiano economico europeo, il Financial Times, che «se Renzi perde il referendum, rischiano il fallimento otto banche italiane» è l'equivalente cartaceo-finanziario di un attentato terroristico. Come definire diversamente un'opinione così, tanto enfatica quanto tendenziosa, a cinque giorni dal voto sulla riforma della Costituzione italiana?

Pur essendo un titolone del giornale, non si tratta di un «fatto». Bensì di un timore che alcuni operatori finanziari, peraltro legittimamente interessati, esprimono. Ma così facendo è evidente l'intento di condizionare l'opinione pubblica, spingendo a votare in una certa direzione. Sarebbe come aggiungere alla scheda elettorale, dopo il quesito referendario, anche questo: «Volete salvare otto delle vostre banche, o preferite che falliscano?».

Invece l'equazione «No» = fallimento delle banche non ha alcun fondamento. L'argomentazione, fatta propria dal Financial Times, è che di fronte alla possibili dimissioni di Renzi, conseguenti a una vittoria del «No», i grandi capitali internazionali si guarderebbero bene dall'affluire nelle banche italiane. Spaventati dall'ingovernabilità. A cominciare da Mps, il cui aumento da cinque miliardi andrà in rampa di lancio proprio la settimana prossima. E il fallimento nella ricapitalizzazione di Mps creerebbe un effetto contagio per quella fascia di banche medie (Popolare Vicenza, Veneto Banca e Carige) che potrebbero aver bisogno presto di nuove risorse. Nessuno - infine - investirebbe un euro per acquistare i quattro istituti salvati lo scorso anno e ora in vendita (Etruria, Marche, CariChieti e CariFerrara). Tutto ciò metterebbe addirittura a rischio Unicredit, l'unica banca «sistemica» italiana, anch'essa in lista d'attesa per un mega aumento di capitale, tra 10 e 13 miliardi. Insomma: la fine del mondo.

Si tratta di un ragionamento rispettabile, ma del tutto ipotetico e che non tiene conto delle innumerevoli variabili che si possono verificare nel frattempo. In altri termini, un rapporto causa-effetto tra referendum e bail in bancario è pura immaginazione. Non è un caso che sono stati molti i report delle banche d'affari che in queste settimane hanno ammesso di non temere scossoni definitivi dalla vittoria del «No»; mentre l'Economist, che è l'equivalente settimanale del Financial Times in quanto ad autorevolezza e vicinanza con l'establishment britannico ed europeo, ha addirittura preso una posizione a favore della bocciatura della legge Boschi: dobbiamo allora pensare che l'Economist si auguri il crac del sistema bancario italiano? La verità è che dietro a posizioni di questo tipo - evidentemente speculative e rivolte anche a manipolare il mercato - dovrebbe intervenire un'Authority europea della Borsa, quella «Consob comunitaria». Che infatti non esiste, non è stata ancora creata.

Che poi la situazione delle banche italiane sia critica, questo è noto. Il Giornale, qualche giorno fa, ha quantificato in almeno 20 i miliardi occorrenti al sistema in tempi relativamente brevi. E ha verificato come non sia così semplice individuare gli investitori. Nulla di nuovo quindi.

Tutte le informazioni sulla salute del credito italiano, afflitto da 360 miliardi di crediti di difficile esigibilità, sono note. Così come si conoscono i nomi delle banche più in difficoltà. Ma di qui a mettere tutto ciò nel calderone del referendum per concludere che stanno per fallire le banche italiane, è evidentemente un'operazione-terrore. Destinata, come tale, al naufragio.

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