Finisce la follia del processo alla scienza

Alla fine il capro espiatorio è crollato come un castello di carte. L'impalcatura non stava in piedi. Quello alla commissione Grandi Rischi è stato, nei fatti, un processo alla scienza, di quei processi che in un Paese normale non avrebbero mai inizio. In Italia invece è accaduto che un team di scienziati ed esperti sia finito alla sbarra per omicidio e lesioni colpose. Sei anni in primo grado, assoluzione in appello perché il fatto non sussiste. «Vergogna», gridano in aula i parenti delle vittime. (...)

(...) E con il dolore di chi perse in quella terribile notte del 6 aprile 2009 una madre o un figlio non si può che essere solidali. Ma la giustizia non può inseguire la sete di vendetta. Nel corso del processo di primo grado, quando noi dicevamo che quell'impostazione era illogica, che l'accusa di un «eccesso di rassicurazione» si fondava sulla tesi assurda della prevedibilità dei terremoti, i colleghi genuflessi alla procura ci rimbrottavano: «Non avete letto le carte». Noi le carte le avevamo lette, quelle dell'accusa e quelle della difesa, e proprio per questo restammo allibiti quando il giudice Marco Billi pronunciò, in diretta televisiva nazionale, la condanna a sei anni di carcere. Quante volte mi sono ritrovata a chiacchierare con quel galantuomo di Enzo Boschi, allora presidente dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia. «Stanno processando i metodi della moderna ricerca scientifica», mi diceva con gli occhi gonfi di amarezza. E Francesco Petrelli, difensore di Franco Barberi, allora presidente vicario della Commissione Grandi Rischi, ripeteva in aula: «Come si può stabilire un nesso causale tra le valutazioni probabilistiche, peraltro corrette, di un team di esperti e la presunta rassicurazione percepita dalla popolazione locale?». Semplicemente non si può. È stato un processo ridicolo, criticato e deriso dalla comunità scientifica mondiale. Dopo la condanna di primo grado, la Union of concerned scientists rivolse un appello al presidente Giorgio Napolitano. «D'ora in poi molti scienziati preferiranno tenere la bocca chiusa», dichiarò Thomas Jordan, il più famoso sismologo statunitense. L'assoluzione non restituirà gli ultimi cinque anni, trascorsi sulla graticola inquisitoria, agli imputati assolti perché innocenti. Non siamo alla normale fisiologia di un sistema a tre gradi di giudizio. Non raccontiamoci balle. Qui il sistema è andato in tilt, da tempo. Cercate giustizia? Andate altrove. Dalle nostre parti siamo ormai al più scellerato circo mediatico-giudiziario, secondo la celebre espressione coniata dall'avvocato Daniel Soulez Larivière nel lontano '93 (quando in Italia impazzava Tangentopoli). La gogna si consuma prima sui giornali, poi forse arriva una condanna in primo grado ma raramente questa supera il giudizio d'appello. Sono sempre casi eclatanti, con vittime almeno note, e inchieste fragilissime. Perché i pm, così impegnati a ingraziarsi i «giornalisti da trascrizione» (come da monito del Garante della privacy), così occupati nel rilasciare interviste, si scordano di cercare le prove. Qualcuno commenterà, con l'aria del leguleio, che quella accertata dalla Corte d'appello de L'Aquila è soltanto la «verità processuale», chissà come sono andate davvero le cose. Certo, l'unica certezza che abbiamo, almeno per il momento, è che voi avete perso.

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