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Fiorello "eroe" liberale: difende la D'Avena e smonta i luoghi comuni

Il comico contro i social: "Cristina canta per Fdi? Ci mancherebbe. Io andavo dai comunisti"

Fiorello "eroe" liberale: difende la D'Avena e smonta i luoghi comuni

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Fiorello "eroe" liberale: difende la D'Avena e smonta i luoghi comuni

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È partita la fatwa di sinistra contro Cristina D'Avena, rea di andare a cantare alla festa di Fratelli d'Italia. Ma anche un'altra fatwa contro Fiorello, reo di difendere Cristina D'Avena, libera di andare a cantare dove vuole. Il ragionamento di Fiorello, che da oggi sarà additato come fascista, è semplice: «Ai tempi del Karaoke, anche io sono stato invitato alla Festa dell'Unità e ho sempre cantato per tutti i comunisti e nessuno ha detto niente, abbiamo cantato anche Bella ciao».

In fondo il punto, sempre ribadito da Fiorello, è semplice: «Ognuno deve essere libero di esprimersi dove vuole e come vuole. Io ho cantato per i comunisti e lei per la Meloni». Non so se Fiorello sia di sinistra, di centro, o di niente come me, ma certamente il suo è un pensiero liberale, che a sinistra in Italia non hanno mai avuto.

Gli esempi, che io metterei a corollario del pensiero di Fiorello (Fiorello ha un pensiero, a differenza di molti intellettuali impegnati, impegnati per lo più a fare carriera nella cultura, sapendo che solo se sei di sinistra la fai e puoi andare a presentare il tuo libro dalla Gruber), sono tanti, ne cito solo alcuni, più importanti di Cristina D'avena: Pier Paolo Pasolini, che è un santino della sinistra ma evidentemente hanno letto poco e male, scriveva sul giornale della borghesia italiana, il suo nemico, e questo è un merito sia di Pasolini che del Corriere della Sera diretto da Piero Ottone. In compenso il Partito Comunista aveva già provveduto a espellerlo, tra l'altro per ragioni inerenti la sua sessualità. Ma l'idea di Pasolini è che il testo prevale sul contesto, quando c'è il testo.

Era la stessa idea di Marcel Proust quando veniva criticato perché leggeva ed elogiava gli articoli dei suoi amici che scrivevano sul giornale nazionalista l'Action française, era amico del leader Charles Maurras e di un poeta Léon Daudet (il fratello fu anche amante di Proust), anche lui collaboratore del quotidiano di destra.

In generale, scendendo di livello, ha ragione Fiorello, gli artisti devono potersi esprimere dove vogliono, figuriamoci Cristina D'Avena, e ogni pensiero differente è semplicemente censura. Anche perché non è che Cristina D'Avena sia andata a esibirsi al Ku Klux Klan, ma se pure lo avesse fatto sarebbero stati cavoli suoi.

D'altra parte avete mai visto qualcuno non dichiaratamente schierato invitato da Fabio Fazio o a Propaganda Live? Il noto fumettista Gipi ruppe l'amicizia con me per un mio post contro Michela Murgia, che nel frattempo organizzò una petizione firmata da migliaia di femministe contro i miei editori perché i miei libri non fossero più pubblicati. Nessuno, a sinistra, disse una parola per difendermi (intervenne violentemente contro l'iniziativa solo Vittorio Sgarbi), ma c'è da dire che io non ho bisogno di essere difeso, mi difendo da solo, e i miei editori se ne sono fregati, e tuttavia una cosa del genere se non è fascista non so cos'è (può essere solo comunista). Inoltre, nessuna femminista difende le scelte di Cristina D'Avena: anche lì, sei donna se la pensi come loro, altrimenti sei una collaborazionista, come se vivessimo nella Repubblica di Vichy.

Che poi, parlando di Cristina D'Avena che secondo i censori non può cantare alla festa di Fratelli D'Italia, mi viene in mente quel genio di Red Ronnie, che ha dichiarato di non aver voluto intervistare non Cristina D'Avena ma addirittura Freddie Mercury, perché i Queen si esibirono a Sun City in Sudafrica quando c'era l'apartheid. Fra l'altro dando per scontato che a Freddie Mercury potesse fregare qualcosa di essere intervistato da Red Ronnie: odiava le interviste di chiunque, figuriamoci se avesse saputo chi era Red Ronnie.

Morale della favola, bravo Fiorello, Cristina canta dove ti pare, e ve ne dico un'altra personale. Da quindici anni mi chiedono: «Perché scrivi sul Giornale, tu che non sei di destra?». Se è per questo non sono neppure di sinistra, sono uno scrittore e non un impiegato in carriera con le stesse idee di tutti. Ma la ragione principale è che mi fanno scrivere quello che voglio e nel modo in cui voglio, non come succede negli ambienti culturali italiani impegnati quello che vogliono loro nel modo in cui vogliono loro. Una cosa che in Italia gli antifascisti (ma non anticomunisti) ti fanno pagare cara.

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