
Sono sempre esistiti, ma se ne parlava poco. Ora che è scoppiato il bubbone, con la chiusura del gruppo Facebook Mia Moglie del sito Phica.eu, è guerra aperta ai portali di pornografia involontaria. Con le Procure pronte a mettere mano alle denunce che in questi giorni stanno arrivando alla polizia Postale da ogni parte d'Italia e la politica che sta preparando una stretta su server e provider con possibili limitazioni su chi fornisce i servizi digitali.
Basta a immagini trafugate e ai commenti misogeni e violenti. Stop alla giungla digitale che mette a rischio chiunque. In campo c'è anche il garante della Privacy, che ha poteri di intervento immediati. Basta segnalare i casi con un reclamo e l'Autorità scende in campo per stoppare i contenuti scorretti. "Da tempo siamo in prima linea su questo fronte: possiamo muoverci sia d'ufficio, come avevamo fatto avviando una prima istruttoria su Mia Moglie e Phica.eu, poi di fatto superata dalla chiusura dei portali, sia su segnalazione delle persone coinvolte. Suggerisco di fare sempre il reclamo", spiega la vicepresidente, Ginevra Cerrina Feroni. "Siamo di fronte a fatti gravissimi, che mettono in gioco la dignità, la corretta rappresentazione e la reputazione delle persone, coinvolgendo dati sensibili come quelli relativi alla sfera intima", aggiunge la vicepresidente del Garante per la protezione dei dati personali.
In passato c'erano già state segnalazioni alla Postale e inchieste che hanno riguardato singoli casi, ma ora siamo di fronte a qualcosa di simile al Me Too a tutela della dignità delle donne. La caccia ai siti sessisti è in mano alle Procure, a cominciare da quella di Roma che sta aspettando la prima informativa della polizia che è sulle tracce di chi gestisce Phica.eu, il sito da 800mila iscritti attivo da oltre vent'anni dove sono finite le foto rubate di personaggi famosi, parlamentari, influencer, attrici e donne comuni colte a loro insaputa nella loro quotidianità e esposte ai commenti osceni di utenti spesso anonimi che vista la mala parata negli ultimi giorni stanno cercando di cancellare i propri account per evitare denunce. Perché ora sono anche loro a rischiare condanne per una sfilza di reati che vanno dalla diffamazione, all'istigazione a delinquere, dalle minacce alla violenza privata. Gli investigatori della Postale sono sulle loro tracce e non importa se postavano i loro contenuti nascosti dietro a nick name. Le indagini vanno avanti spedite e potrebbero essere più semplici del previsto. È stato accertato, infatti, che nonostante i server del sito siano all'estero, l'amministratore è italiano e ora rischia di finire nei guai. Nonostante il maldestro tentativo dello staff di giustificare la chiusura della piattaforma, nata "come uno spazio di condivisione", per colpa di chi l'ha usata in modo scorretto.
Oltre alla pioggia di denunce, molte delle quali potrebbero confluire in una class action contro le piattaforme web incriminate, si è attivato anche il Parlamento rimettendo al centro dell'agenda politica la questione della sicurezza digitale. C'è chi, come Martina Semenzato, deputata di Coraggio Italia e del gruppo di Noi moderati, indica la Commissione parlamentare sul femminicidio come "sede privilegiata per l'avvio dell'inchiesta". Forza Italia chiede di esaminare e approvare in meno tempo possibile il disegno di legge 1505 sulle indagini informatiche a firma Zanettin, Gasparri, Craxi.
Il testo, depositato a maggio in Senato e con un iter già avviato in Commissione Giustizia, offre all'autorità giudiziaria strumenti efficaci per individuare i responsabili e reprimere i reati online, ipotizzando responsabilità penali ed amministrative per le piattaforme che non collaborino con l'autorità giudiziaria.