La gestione dell'epidemia scuote il regime. Negli ospedali mancano tute e mascherine

I medici di Wuhan in condizioni inaccettabili. La sanità resta inadeguata

Ormai è sfida aperta in Cina. Non solo sanitaria, non solo economica: ma anche politica. L'epidemia del nuovo coronavirus, ora ufficialmente battezzato Covid-19, dilaga sempre più drammaticamente a Wuhan e nella circostante vasta provincia dello Hubei, mentre gli sforzi per contenerne la diffusione nel resto della Cina e all'estero mettono a prova sempre più dura le capacità di migliaia di medici chiamati letteralmente a rischiare la vita e quelle dell'economia nazionale, confrontata con gli enormi ostacoli alla possibilità di lavorare normalmente. Il presidente Xi Jinping vede inoltre messa sotto la lente d'ingrandimento la sua leadership, e trasforma a uso dei media cinesi la battaglia contro il contagio in una lotta di popolo sotto la guida del partito comunista al potere. Riceve però a sua volta inedite sfide, come quella di un gruppo di centinaia di coraggiosi cittadini che, guidati da professori universitari, hanno osato chiedere con una petizione online al leader stesso del regime di trasformare la data del 6 febbraio (quella della morte del 34enne Li Wenliang, il medico che per primo denunciò i pericoli del Covid-19 e fu minacciato dalla polizia se non avesse taciuto) in una ricorrenza dedicata alla libertà di parola in Cina. Richiesta che ovviamente, data la natura totalitaria del regime di Pechino, non potrà essere accolta e anzi si ritorcerà verosimilmente sul piano penale contro i suoi stessi autori.

A Wuhan, come si diceva, la situazione negli ospedali è realmente drammatica. Migliaia di medici stremati da turni massacranti in reparti dove possono arrivare fino a 400 nuovi pazienti ogni otto ore non hanno neppure il tempo di mangiare, bere o andare in bagno. Chiusi dentro tute protettive integrali che fanno sudare moltissimo e che quindi dovrebbero essere cambiate ogni due ore circa, ci rimangono invece anche otto ore di fila, e si riducono a usare i pannoloni per l'impossibilità di recarsi alla toilette. Ma non sono pochi i medici che, per carenze di materiale sanitario, visitano senza mascherine protettive oppure riutilizzandone di usate, correndo gravissimi rischi di contagio. I dati ufficiali cinesi indicano che i morti per polmonite causata da Covid-19 hanno superato i 1.100, gli ammalati sarebbero ormai oltre 45mila, con migliaia di nuovi casi ogni settimana nella sola Wuhan.

Cifre che esperti indipendenti internazionali mettono ormai apertamente in dubbio. Sempre più spesso, scrive il quotidiano economico americano Wall Street Journal, medici ed epidemiologi da tutto il mondo preoccupati per l'inadeguatezza dei sistemi usati in Cina per diagnosticare la malattia da coronavirus contattano gli ospedali cinesi per raccomandare l'uso delle scansioni del torace invece dei test con il tampone, che non riuscirebbero a individuare le infezioni nelle parti inferiori dei polmoni. Il timore di molti esperti è che un numero anche molto alto di casi non venga diagnosticato per difetti dei test. Lo stesso Ma Guoqiang, il numero uno del partito comunista a Wuhan, ha espresso questo dubbio, raccomandando a chi ha ricevuto una diagnosi negativa di ripetere il test il giorno dopo.

Nel frattempo, Xi ha inviato nello Hubei il suo fedelissimo Chen Yixin, noto per il carattere deciso, per guidare la task force che gestisce l'emergenza. Essa ha tra i suoi compiti aspetto significativo «mantenere la stabilità sociale».