Una guerra di logoramento. Anzi, meglio: una fragile tregua di logoramento. A questo stiamo assistendo fra Stati Uniti e Iran, da quell'8 aprile in cui è stato concordato un cessate il fuoco temporaneo fra le due parti, in attesa di uno stop permanente al conflitto. Usa e Israele hanno interrotto i raid aerei su larga scala contro la Repubblica islamica, mentre le trattative proseguono fra provocazioni e sequestri di navi, in un rimpallo di proposte e controproposte con cui Teheran non chiude la porta ai negoziati, continua a prendere tempo e a giocare sul tempo, cercando di spostare il focus delle trattative: dal nucleare allo stretto di Hormuz, dalla fine del conflitto fra Washington e Teheran alla fine della guerra nell'intera regione (anche contro i proxy che l'Iran sostiene e foraggia, a cominciare da Hezbollah in Libano fino a Hamas e agli Houthi).
Nella guerra di logoramento, anzi nella tregua di logoramento, i contendenti puntano entrambi all'accordo, ma sperano soprattutto nel crollo anticipato dell'avversario. Teheran crede che la propria resilienza e l'impatto economico globale possano consumare la volontà americana più di quanto gli Stati Uniti riescano a distruggere il regime degli ayatollah. Washington lavora per strozzare economicamente il nemico e spera di convertire i successi militari in un vantaggio strategico duraturo. Tra i due è un test di resistenza. Con la ripresa del conflitto che resta sul tavolo, sia come arma per oliare la trattativa e portare l'avversario a più miti consigli, che come opzione concreta, se i negoziati fallissero e per annientare il nemico.
Il premier israeliano Benjamin Netanyahu, che conosce la resilienza del regime, avverte che "la guerra all'Iran non è finita, c'è l'uranio arricchito che deve ancora essere portato via". Eppure l'urgenza internazionale, in questo momento, resta la riapertura dello Stretto di Hormuz.
Sia l'amministrazione americana che il regime iraniano devono intanto fare i conti con le forze interne che remano contro la volontà dei manovratori. Donald Trump, alla guida di un Paese democratico, deve affrontare il dibattito interno sui poteri di guerra, che impone l'autorizzazione del Congresso per proseguire le ostilità oltre i 60 giorni. Non a caso, per evitare il voto parlamentare e frenare il malcontento dell'opinione pubblica per i prezzi della benzina, ha dichiarato "finito" il conflitto. Attraverso Pete Hegseth, segretario alla Difesa, Trump ha stabilito che la tregua ha messo in pausa il conteggio dei due mesi, mantenendo la presenza militare nella regione senza un voto formale.
I vertici iraniani, dal canto loro, devono affrontare lo scenario di un tracollo economico che gli Stati Uniti vedono sempre più vicino, a causa del controblocco americano di Hormuz, che secondo stime costa circa 435 milioni di dollari al giorno all'Iran in termini di attività economica, e mira a costringere il Paese a chiudere i suoi giacimenti petroliferi. I negoziatori di Teheran, nel frattempo, devono fare i conti con i "falchi" della Repubblica islamica, decisi in tutti i modi a sabotare un accordo con gli Stati Uniti, "il grande Satana" con cui non intendono scendere a patti né ora né mai. I "Super Rivoluzionari", che si considerano i veri custodi del regime teocratico, ritengono la resistenza agli Stati Uniti e a Israele una "lotta eterna" e accusano di slealtà gli uomini delegati alla trattativa, colpevoli - a dir loro - di insubordinazione alle linee rosse fissate da Khamenei, compresa qualsiasi discussione sul programma nucleare. La loro ostilità ha costretto il presidente Masoud Pezeshkian a ribadire che "negoziare non significa arrendersi".
È una guerra di nervi, o meglio una tregua di nervi, minacce, bluff, incidenti calcolati e pressione costante per far cedere l'avversario.
Con il rombo dei caccia americani sullo sfondo, e con i droni e missili iraniani sui Paesi del Golfo, a ricordare che il rischio è l'escalation. Svantaggiosa per entrambi. L'obiettivo è un'intesa, che ognuno possa rivendere in patria come la propria vittoria.