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"Il giustificazionismo cresce ancora. Lo dobbiamo estirpare con la cultura"

Il padre del Giorno del Ricordo Roberto Menia: "Istituirlo fu una vittoria"

"Il giustificazionismo cresce ancora. Lo dobbiamo estirpare con la cultura"
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Roberto Menia, parlamentare di lungo corso e ora senatore di Fratelli d'Italia, è considerato il padre del "Giorno del ricordo". Da una vita si batte affinché la memoria del genocidio titino non venga insabbiata. Lo incontriamo a Madrid dove è stato ospite dell'Istituto italiano di cultura per un dibattito sul tema, prima di volare a Roma per le celebrazioni che si sono tenute ieri alla Camera dei deputati.

Senatore, quanto è stata in salita la strada per l'istituzione di questa giornata?

"Non è stato un cammino semplice, diciamo che è durato 10 anni. In realtà la legge nasce dalla fusione di due distinte proposte: nella legislatura precedente la mia proposta di legge per la concessione di una medaglia ai familiari degli infoibati passò alla Camera ma si arenò al Senato. Approfittai di un cavillo regolamentare che consentiva una corsia preferenziale per una proposta di legge ripresentata e che aveva passato già il vaglio di un ramo del parlamento. A questa introdussi come emendamento (premesso al testo delle medaglie) l'istituzione del 10 febbraio come giorno del ricordo dedicato agli infoibati ed agli esuli giuliano-dalmati. Così nacque dunque il testo che condensa due proposte diverse, ma omogenee nel significato".

Cosa la ha spinta a iniziare questa battaglia?

"Per me fu la vittoria più bella della mia vita, non tanto politica, quanto spirituale, morale, dall'immenso valore nazionale. Era un dire grazie a chi è venuto prima di me, riconsacrare alla coscienza di tutti gli italiani la storia di tanti morti senza croce e tante famiglie esuli per amore dell'Italia. Lì c'era anche la storia di mia madre, di mio nonno che aveva fatto la Grande guerra da irredento: ecco cosa mi ha spinto: il cuore".

Tiriamo le somme ventidue anni dopo...

"Ci ho riflettuto e ci rifletto spesso. Ho la consapevolezza che il tempo che passa cancella tutto, ma so anche che molto ho e abbiamo salvato. Se non ci fosse stata questa legge oggi sarebbe tutto finito per davvero. Invece abbiamo riconsegnato a tante generazioni di italiani, a quelle giovani che oggi queste cose le studiano a scuola (pur con mille ostacoli, errori e manchevolezze) una storia dolosamente infoibata: storia d'Italia, non solo delle famiglie degli infoibati o del popolo degli esuli e dei loro figli. E quando si semina ala fine si raccoglie. Già il fatto che tanti ora abbiano imparato a richiamare le nostre città col nome italiano vecchio di secoli, Capodistria e non Koper, Fiume e non Rieka, è segno d'italianità che ritorna".

Come mai, secondo lei, si sono registrate tutte queste contestazioni nei confronti del giorno del ricordo negli ultimi anni?

"Mi rattristano le contestazioni e la recrudescenza delle stesse: dietro c'è quella sinistra estrema, ora sempre più virulenta, piena di cattivi maestri e pessimi allievi, che non conosce la solidarietà dell'essere figli della stessa nazione, ma privilegia l'odio ideologico: in fin dei conti la stessa molla che li spingeva 80 anni fa a scegliere Tito e la Jugoslavia a danno dell'Italia e degli italiani".

C'è un ritorno del

riduzionismo e del negazionismo sulle foibe?

"Sì, c'è un ritorno di negazionismo, riduzionismo e giustificazionismo: una mala pianta da estirpare con la cultura, la conoscenza e la fierezza della nostra identità".

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