Giustizia, tensioni M5s: Conte non sa che fare. E ora c'è il rischio ritardi

Dadone: dimissioni dei ministri. Poi ritratta Lunedì la decisione sugli emendamenti

Giustizia, tensioni M5s: Conte non sa che fare. E ora c'è il rischio ritardi

La miccia di giornata la accende Fabiana Dadone, ministra grillina delle Politiche giovanili, considerata vicina a Giuseppe Conte. Dadone, che in Consiglio dei ministri aveva dato il via libera al maxi-emendamento Cartabia sulla giustizia, fa balenare il cigno nero in mattinata, ospite della trasmissione di Rai3 Agorà Estate. Senza «miglioramenti» al testo del governo, l'ipotesi di dimissioni dei quattro ministri M5s dall'esecutivo di Mario Draghi «è una cosa da valutare insieme a Giuseppe Conte», dice a sorpresa. Quanto basta per mandare in tilt il Pd e il Movimento. Parte una girandola di telefonate tra alti dirigenti dem e stellati. Lo stesso Conte è in tilt. Ma sono soprattutto le proteste dei parlamentari governisti a convincere la ministra a fare marcia indietro. Nel pomeriggio, a frittata fatta, arriva la precisazione. «Draghi e Conte sono due persone di alto profilo e sono certa troveranno punti di incontro», spiega Dadone per spegnere l'incendio.

In Parlamento la vasta fazione governista, insorge. «Qua se andiamo all'opposizione rischiamo di scomparire, forse questo Conte non l'ha capito», si sfoga un parlamentare del Nord con Il Giornale. C'è chi dice che il M5s così «farà la fine di L'Alternativa c'è», il gruppetto degli scissionisti anti-Draghi. Fonti vicine a Grillo dipingono un Garante favorevole alla riforma della Guardasigilli Marta Cartabia. Nel frattempo, in vista della fiducia, parte il pallottoliere. Sarebbero non più di 30 gli eletti del Movimento pronti a dire di no, anche se una contrarietà del leader Conte avrebbe l'effetto di spaccare a metà i gruppi. L'avvocato di Volturara Appula è in estrema difficoltà. Fonti parlamentari nel tardo pomeriggio dicono: «Conte non si è mai visto così, si è infilato in un cul de sac». Il giurista infatti è stretto tra l'opzione dello strappo, che però lo consegnerebbe alla storia come il distruttore del M5s, e la strada dell'accordo. La seconda ipotesi gli farebbe perdere l'appoggio della corrente più giustizialista del grillismo. Si racconta che negli ultimi colloqui Conte abbia espresso preoccupazione per l'eventualità di essere attaccato da quel Fatto Quotidiano che ha contribuito a lanciarlo. «Mediazione? Ci stiamo lavorando», si lascia però sfuggire in serata.

Dal canto suo, la ministra Marta Cartabia rassicura «io non smetto di ascoltare», ma mette anche l'accento sulle lungaggini della giustizia. «L'Italia è stata vergognosamente condannata 1202 volte per la violazione della ragionevole durata del processo», dice intervenendo al 34esimo Congresso nazionale Forense. Mentre i deputati di Forza Italia in Commissione Giustizia chiedono un allargamento del perimetro di esame della riforma, in particolare ai reati contro la Pubblica Amministrazione: se ne discuterà lunedì. Secondo alcuni parlamentari di maggioranza, una possibile riapertura del perimetro rischia di «affossare la riforma per mesi». Non solo, il timore, soprattutto del Pd, è che il M5s utilizzi la richiesta di Fi come assist per «fermare la riforma». Sempre dal centrodestra la Lega fa filtrare «profonda irritazione» per le bizze stellate sulla giustizia.

La tensione è alta anche nel Pd. Gli anti-lettiani stanno sfruttando il caos nel M5s per mettere in discussione la leadership di Conte e l'organicità dell'alleanza con i grillini, quindi la linea del segretario. «I ministri grillini si muovono seguendo Di Maio, mentre i gruppi parlamentari non hanno voglia di fare le barricate», sintetizza un dirigente dem. Parlando con Formiche.net la senatrice Pd Valeria Fedeli osserva: «Sono allibita, le parole della Dadone non sono consone al comportamento di una forza di governo». Con la stessa testata online l'europarlamentare del Pd Pina Picierno definisce l'ipotesi ventilata dalla ministra M5s come «un atto di infantilismo politico».

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