Governo fermo: 30 dossier impantanati

I gialloverdi litigano e basta e Giorgetti ammette: «Siamo paralizzati»

Roma C’è un premier, Giuseppe Conte, che si è autodefinito l’avvocato degli italiani. C’è una coalizione, che si regge su un’ampia maggioranza parlamentare. C’è pure un Consiglio dei ministri, che ogni tanto si riunisce, ma più per litigare che per decidere qualcosa. C’è tutto il necessario, manca solo il governo. «Siamo paralizzati - ha ammesso giorni fa il sottosegretario alla presidenza Giancarlo Giorgetti - . Per colpa della campagna elettorale siamo in stallo da tre settimane». In realtà il blocco dura da almeno tre mesi: dopo la faticosa Finanziaria di fine anno, che tra le altre cose ha partorito le due costose leggi bandiera, la riforma della Fornero voluta dalla Lega e il reddito di cittadinanza cavallo di battaglia dei 5s, il tracciato dell’attività di Palazzo Chigi è progressivamente rallentato fino all’attuale encefalogramma piatto. Parallelamente, giorno dopo giorno è salito il livello dello scontro: ormai ogni scelta è congelata, ogni questione politica finisce in un braccio di ferro tra Carroccio e grillini, quasi sempre senza vincitori. Strategia elettorale? Tentativo di distinguersi? Forse. Però non si capisce che succederà dopo le europee, quando il Paese dovrà essere amministrato. Quirinale, Confindustria, Ue, Banca d’Italia, mercati, tutti sono preoccupati: se sono così divisi, come faranno a mettersi d’accordo e varare la prossima pesante manovra evitando che scatti l’aumento dell’Iva? Firmeranno un altro contratto di governo? Quello in vigore si è inceppato. Il doppio flop, mercoledì scorso, dei due decreti contrapposti, sicurezza e famiglia, è solo l’esempio più recente. Infatti sono più di trenta, ha calcolato recentemente il Sole 24 ore, i dossier bloccati dalla guerra tra Lega e Cinque stelle. Immigrazione, sicurezza, castrazione chimica, cannabis, solo per citarne alcuni. Poi c’è il capitolo fisco, con Salvini che spinge per la flat tax e Di Maio che replica con il quoziente familiare. Per non parlare dell’Alitalia, delle nuove norme per le nomine della sanità, delle autonomie regionali e del Salva Roma. Materie bollenti. Ma già la settimana prossima, chiuse le urne, il Parlamento dovrà discutere del decreto Crescita e dello Sblocca cantieri. Varati al termine di un lungo tira e molla e soltanto dopo i rimbrotti del capo dello Stato, i due provvedimenti sono stati approvati dal Consiglio dei ministri in versione leggera, cioè senza tutti punti di contrasto. Dunque, una scatola vuota da riempire. Ci riusciranno? L’elenco prosegue con le grandi opere, la Tav, l’editoria, i porti, la via della seta. E la giustizia. La Lega punta alla separazione delle carriere e alla depenalizzazione dell’abuso d’ufficio e di alcune forme di evasione fiscale. Il Movimento, che vede il mondo in prospettiva manettara, replica con lo Spazza corrotti, il blocco della prescrizione, il codice degli appalti e il conflitto d’interessi. Ma la vera prova del nove, se l’esecutivo Conte reggerà fino ad allora, sarà sulla nuova Finanziaria, per la quale serviranno almeno 30 miliardi: la maggioranza del cambiamento troverà i soldi o sfiderà la Ue e lo spread?