"Greco non era mafioso" Riabilitato dopo il suicidio

Sentenza del Tar. L'imprenditore si era tolto la vita dopo aver ricevuto l'interdittiva antiracket

«Non c'entra con la mafia». Ma l'imprenditore gelese Rocco Greco, per tutti Riccardo, non saprà mai che l'immagine della sua società, costruita con tanto sudore, è stata riscattata.

La decisione del Tar del Lazio arriva troppo tardi perché l'uomo è morto suicida 16 mesi fa. Con un colpo di pistola alla tempia a 57 anni ha voluto cancellare la sua via crucis, iniziata quando ha scelto di denunciare Cosa Nostra e la Stidda, che gli imponevano il pizzo, venendo a sua volta infangato dai criminali.

«Il Tar del Lazio ha restituito una immagine scevra da pregiudizi» scrivono i giudici, che hanno riabilitato la Cosiam srl, la società edile di Gela guidata ora dai figli di Greco. Le hanno finalmente restituito quella certificazione antimafia «annullata» nel dicembre del 2018 perché l'imprenditore, dopo essere stato assolto dall'accusa di associazione mafiosa, aveva pendente il ricorso in Corte d'Appello a Caltanissetta. Nell'aprile dello scorso anno, a due mesi dal suicidio, la procura rinunciò all'appello che era stato proposto contro l'assoluzione dalle accuse di aver avuto rapporti con i clan. Rinuncia, che confermò l'assenza di presupposti per ritenere Greco fosse in odore di Mafia. L'imprenditore del resto aveva sempre rivendicato il ruolo di vittima. Ha tentato di farlo dall'inizio del martirio, iniziato quando a fine anni Novanta la Cosiam si è aggiudicata la raccolta dei rifiuti a Gela. Esponenti della Stidda e di Cosa Nostra hanno iniziato a taglieggiarlo.

Lui nel 2006 ha denunciato i danneggiamenti e i tentativi di estorsione e il suo coraggio, insieme a quello di altri sei imprenditori, ha fatto scattare le manette ai polsi di 11 criminali. I boss hanno cercato a quel punto di gettare ombre su di lui, che ha dovuto difendersi dalle insinuazioni di essere un mafioso. Il giudice ha riconosciuto la sua innocenza, ma la prefettura ha fatto scattare una misura interdittiva nei confronti della sua azienda. Per questo la Cosiam è stata esclusa dagli appalti per la ricostruzione post-sisma in Abruzzo e dall'Anagrafe antimafia dei fornitori pwedebdo numerosi appalti.

L'imprenditore non ce l'ha fatta a reggere il peso di questa situazione e si è ucciso. Le sue denunce, però, sono state presentate dai figli al Tar del Lazio. «Non si vede - scrive il tribunale amministrativo - come altro possa reagire una impresa che non intenda farsi condizionare, se non denunciando i danneggiamenti e le richieste estorsive, presumibilmente provenienti da chi intenda assoggettarla a condizionamento. Se è comprensibile che la vittima silente di pressioni e condizionamenti mafiosi possa ritenersi meritevole di interdittiva, posizione diversa riveste quell'imprenditore che si ribella, denuncia e chiede l'intervento repressivo dello Stato, facendo emergere proprio quei rapporti nei quali si sostanzierebbe il condizionamento mafioso».

I giudici hanno accolto il ricorso presentato dai figli di Greco e hanno spiegato che quel provvedimento non andava emesso, perché privo della necessaria verifica sul «quadro indiziario relativo alla attualità del rischio di infiltrazione mafiosa».

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Commenti

Yossi0

Sab, 11/07/2020 - 12:14

che succederà a chi ha emanato quel provvedimento ?

ArchStanton

Sab, 11/07/2020 - 12:32

Immagino che il funzionario della prefettura (e tutta la catena di comando) che ha emesso l'interdittiva sarà chiamato a risponderne, anche dal punto di vista patrimoniale.... Mi sa che immagino e basta.

ilbelga

Sab, 11/07/2020 - 13:56

mi sa che daranno una promozione ai giudici e poi per punirli saranno trasferiti in un altra sede. questo è il massimo che può accadergli.