La Groenlandia sceglie tra miniere e ambiente contro la lunga mano cinese sulle "Terre rare"

Il voto è un referendum sui giacimenti utilizzati dall'industria high-tech

Sfruttare le risorse minerarie o difendere l'ambiente? Confermare la concessione alla compagnia australiana Greenland Minerals, il cui principale azionista è il colosso cinese Shenghe? Oppure stare dalla parte della maggioranza inuit, di origini eschimesi, che teme per la salute della popolazione e per l'ecosistema? Si scopre in queste ore quale bivio imboccherà la Groenlandia, isola più grande del mondo e territorio semi-autonomo danese, dove ieri si è votato in anticipo, dopo la crisi politica di febbraio, per il rinnovo dell'Inatsisartut, il Parlamento.

Si tratta di un'elezione con risvolti ben più internazionali di quel che potrebbe sembrare in apparenza, per un territorio grande sette volte l'Italia ma abitato da appena 56mila abitanti. Di mezzo c'è il business dell'industria mineraria globale, lo sfruttamento di uranio e terre rare (gruppo di 17 elementi chimici) utilizzati nel settore dell'elettronica e dei prodotti aerospaziali, diventati componenti indispensabili nella produzione di dispositivi hi-tech, dagli smartphone alle auto elettriche.

Semi-indipendente dalla Danimarca, l'isola dei ghiacci ha sovranità sulle risorse naturali e potrebbe affrancarsi, prima finanziariamente e poi politicamente da Copenaghen, che ne controlla ancora gli Affari esteri e la Difesa, grazie al tesoro che sta nelle sue viscere e fa sempre più gola alle grandi potenze. Nessuna esclusa, dalla Cina di Xi Jinping, alla Russia di Vladimir Putin fino agli Stati Uniti, che non a caso durante l'Amministrazione di Donald Trump proposero di acquistarla dalla Danimarca.

Non a caso oggetto del contendere, insieme ai 31 seggi in ballo, è stato il giacimento di Kuannersuit (in danese Kvanefjeld), secondo deposito al mondo di terre rare e sesto di uranio, che ha trasformato queste elezioni politiche in un referendum ambientalista. Un referendum in cui il partito che fin qui ha sempre fatto la parte del leone in Groenlandia, il socialdemocratico Siumut (Avanti) di Erik Jensen, ex ministro delle Risorse Minerarie, rischia di essere sorpassato dall'opposizione verde Inuit Ataqatigiit (La Comunità Inuit), che si oppone all'estrazione dell'uranio per timore dei rifiuti radioattivi, perché priverebbe la popolazione locale di terreni agricoli e aree di caccia proprio mentre l'Artico è il principale teatro del surriscaldamento globale, che qui viaggia a velocità doppia rispetto al resto del pianeta da circa trent'anni. «Abbiamo aria pulita e natura incontaminata, viviamo in armonia con la natura e non la inquineremo - spiega la parlamentare Mariane Paviasen - Lo sfruttamento minerario non è la soluzione alle richieste di maggiore autonomia e indipendenza, che si possono ottenere semmai trasformando il settore ittico e alimentare».

Il Pil della Groenlandia non supera i 3 miliardi di dollari e la capitale Nuuk dipende dai sussidi danesi, che ammontano a circa 526 milioni di euro l'anno, quasi un terzo del suo bilancio nazionale. In queste ore la sentenza degli elettori sul futuro.GaCe

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