La prima ad arrivare al Tempio di Adriano è la consorte, Aureliana Alberici. "Achille - sussurra - va piano, mi ha detto vai avanti". Poi il medico, figura sempre sacra nell'aneddotica comunista, da Togliatti in poi. Confida: "Vieni anche tu, mi ha detto Achille, se sono qui è anche merito tuo". Il mitico ghostwriter, De Angelis il bello, paragonato da sempre all'attore-sceneggiatore Sam Shepard, è già seduto in platea e fa i conti con le sue metamorfosi. "Il tempo ha cambiato anche lui - racconta Rondolino, figura iconica di quegli anni, portavoce del D'Alema segretario dei Ds - è stato ratzingeriano e trumpiano".
Occhetto, invece no, non cambia. Cammina lento ma l'andatura dinoccolata è quella di quaranta anni fa. Alla festa dei 90 anni dell'uomo della "svolta", del segretario che cambiò il nome al Pci, c'è l'atmosfera ormai dimenticata della passione politica. Respiri un'altra epoca, quella dei partiti veri, non quella dei "nominati" di oggi. È indubbio. Allora i confronti erano duri e lo scontro naturalmente riguardava anche il Potere ma, vivaddio, era corroborato dalle idee, giuste o sbagliate. D'Alema e Veltroni sono ancora seduti sui lati opposti della platea. A stento si salutano come i Duellanti del celeberrimo film di Ridley Scott.
Ebbene, il partito che nacque alla Bolognina sulle ceneri del Pci, quello di Achille, potrà sembrare strano ma ha una parentela diretta con il Pd di Elly. Come osserva Veltroni sul palco "Occhetto non cambiò l'identità del Pci, la salvaguardò, fu una rigenerazione". La Schlein, invece, l'ha riscoperta radicalizzando il partito, spostandolo a sinistra. Non per nulla Occhetto ci tiene a dire che se ci fossero le primarie del campo largo lui non ha dubbi, voterebbe Schlein.
È il radicalismo, riveduto e corretto trent'anni dopo, il sottile filo che li unisce. Pure nel lessico. La Schlein nei suoi auguri indulge sui luoghi comuni della sinistra di oggi conditi con quelli di un tempo. Uno dei funzionari dell'ufficio stampa del Pci, Pigi De Lauro, parafrasa per lei una battuta di un corsivista, Fortebraccio, che fece la fortuna della vecchia Unità: "l'auto blu si fermò, si aprì la portiera ma non scese nessuno". Scherza. Un concetto, però, la Schlein lo esprime chiaro: "La destra teorizza la legge del più ricco e del più forte". Per Occhetto è un invito a nozze. "Oggi - esordisce - non siamo al fascismo. Peggio". Sul banco degli imputati finiscono Trump e Netanyahu. "Sono dei criminali - suggerisce - e non è una parola scelta a caso. È uno stato giuridico". Rincara: "Anche a Norimberga un gerarca nazista fu giustiziato anche se doveva rispondere solo di un'accusa, quella di aggressione di un altro paese". Poi allarga: "Al mondo ci sono tre delinquenti meno male che uno è morto". Così il presidente Usa e il premier israeliano vengono messi sullo stesso piano dello ayatollah Khamenei.
Insomma, Achille nello stile che lo ha sempre contraddistinto non ci va leggero. I suoi concetti, però, non sono molto diversi da quelli che vanno per la maggiore nella sinistra di oggi: dai discorsi di Provenzano, di Conte o di Fratoianni. Gli echi li ritrovi pure nei ragionamenti di D'Alema, che pure con Occhetto ebbe a che ridire. "La Meloni - osserva - ha condannato il Paese all'irrilevanza".
In fondo Occhetto nel Pd della Schlein ci starebbe benissimo, meno in quelli precedenti. Parliamo di "un ritorno" celebrato con il compleanno. Elly lo dice: "Il Pd di oggi deve moltissimo ad Occhetto". E Achille ringrazia: "Il vero riformista - spiega - non deve farsi la croce davanti alla Rivoluzione".
Già, "i riformisti" ci sono al compleanno, hanno idee diverse ma non è il loro momento. Al Senato oggi in otto - da Delrio a Sensi, da Zampa a Casini - voteranno a favore della legge sull'antisemitismo non seguendo l'indicazione di astenersi data dal vertice del Pd. Ora parlare di un argomento che in un modo o nell'altro tira in ballo Israele è una mezza parolaccia a sinistra.
Ormai l'espressione magica è "elettorato identitario", quello a cui non piacciono i dubbi e le sfumature, quello che dovrebbe far vincere il No il referendum. Dario Franceschini, ex-dc, che non ha nulla a che vedere con la Bolognina ne è affascinato. "Il referendum - osserva sicuro - lo vinceremo noi, perché riusciamo a mobilitare i nostri mentre il centrodestra no. Ed è inutile che la Meloni non scenda in campo pensando di scansare le conseguenze di una sconfitta perché ci saranno lo stesso".
Già, il referendum sulla giustizia fa parte dei duelli epici che hanno fatto la Storia della Repubblica. Occhetto scese in campo nelle elezioni del 1994, quello della gioiosa macchina da guerra anch'essa molto caratterizzata a sinistra, in cui fu sconfitto da Berlusconi. Gli rimproverarono addirittura - ieri Enrico Mentana lo ha ricordato - il vestito marrone che indossò nel duello finale in Tv. Ieri i pantaloni erano dello stesso colore ma la lezione l'ha imparata. "La forza - è l'appello che lancia nel suo compleanno - per vincere la Meloni è l'unità.
Se pure con Renzi e Calenda? Con tutti quelli che ci stanno". Lui però non rinuncia ai suoi sogni. "Se ti dicono che sei utopista - dice in un momento di autocoscienza rivoluzionaria - sappi che vogliono dire che sei stupido politicamente. Ma non ti curare".