Uno scontro sul fascismo al posto di un confronto sulla giustizia. È questa l'ultima spiaggia della sinistra, a giudicare dalle uscite orchestrate da Elly Schlein e dal suo entourage. A un mese e mezzo dal voto, infatti, il Pd - evidentemente a corto di argomenti - sta provando a trasformare il referendum in una contrapposizione frontista. "Chi vota sì è fascista", il senso è questo, "chi vota no difende la democrazia", il messaggio è questo.
Le mosse del partito sono apparse chiare due giorni fa, quando - agganciandosi a un dato del tutto marginale come la dichiarazione di voto di Casapound (formazione elettoralmente irrilevante, che non fa parte del centrodestra) nel pomeriggio il Pd ha pubblicato sui suoi social il video di un evento neofascista con la sobria indicazione: "Loro votano sì, noi difendiamo la Costituzione: il 22 e il 23 marzo vota no!".
Argomento inconsistente, forse ispirato dal "post" di qualche influencer, eppure la stessa segretaria ha pensato bene di rilanciarlo la sera in tv. "È arrivata una nota di Casapound - ha detto a La7 - dei neofascisti che dicono che votano Sì e lo slogan è falli piangere, vota sì. Quindi - ha proseguito - mi sembra che quelli che votano sì non siano, diciamo, ben accompagnati".
Operazione tanto evidente quanto maldestra, questo agitare lo spauracchio dell'eterno "regime" per innescare una mobilitazione "a difesa della Costituzione". E il diversivo è risultato non solo privo di contenuti, ma anche politicamente controproducente. Molti, pure all'interno del partito, hanno percepito la "scomunica" del Pd come un'offesa a milioni di cittadini schierati per il "Sì", e come uno sfregio a quanti si sono battuti per la riforma e per la separazione delle carriere, ispirati da ragioni nobili e spesso da una dolorosa consapevolezza sulla necessità di una "giustizia giusta", a partire da Enzo Tortora. Non a caso Gaia Tortora, giornalista e presidente d'onore del Partito Radicale, ieri ha commentato così, con elegante fermezza, l'uscita di Schlein, giudicandola "non seria": "Se la risposta ad una posizione di Casapound sul voto al referendum è quella di insultare tutti gli italiani che non si riconoscono neanche lontanamente in quella formazione - ha detto - ci siete riusciti. Voto sì e non sono fascista". Anche pensando a queste battaglie, e avendo in mente l'elettorato trasversale del Sì, si è mossa la minoranza interna ai dem, che ha bollato l'uscita di Schlein come "gravemente insultante e svilente" (giudizio di Pina Picierno, vicepresidente dell'Europarlamento) o addirittura come "il punto più basso di qualsiasi polemica politica", stroncatura di Elisabetta Gualmini, che ha pure ricordato la mozione Martina del 2019 - che definiva la separazione delle carriere come "ineludibile" - e il programma del 2022, che prevedeva una Alta corte. "Erano tutti fascisti" ha ironizzato la deputata emiliana. Tutt'altro che fascista, anzi partigiano, era Giuliano Vassalli, ministro della Giustizia e padre del nuovo codice di procedura penale "accusatorio", che avvertiva: "Senza la separazione delle carriere non funzionerà". E per la separazione delle carriere era pure Giacomo Matteotti.
Non solo, al referendum del 2016 Schlein votava "no" proprio come Casapound. "Fascista anche lei?" chiede Alessandro Sallusti, portavoce del Comitato "Sì Riforma". Quella che voleva essere un'alzata d'ingegno, dunque, è diventata una tragicomica gaffe.