Leggi il settimanale

I filo Hamas: un partito con le tessere

Il centro culturale Handala Ali di Napoli apre le iscrizioni per raccogliere fondi

I filo Hamas: un partito con le tessere
00:00 00:00

Ci mancava la campagna di tesseramento da parte dei centri ProPal. Siamo a Napoli e a chiamare a raccolta i seguaci è il Centro Culturale Handala Ali, che ha scelto giovedì 29 gennaio come giorno per raccogliere iscritti e "fan della Palestina" con tanto di aperitivo di accompagnamento. Ovviamente non c'è nulla di male nell'associazionismo, se non fosse che il centro in questione è noto per avere posizioni tutto fuorché moderate.

Subito dopo l'arresto di Mohammad Hannoun e degli altri sei indagati per far parte della cupola di Hamas in Italia è partita dalle loro pagine l'ondata di solidarietà ritenendo che si tratti di "attacchi sempre più espliciti e violenti da parte del governo italiano diretti al movimento palestinese in Italia, sono il sintomo di quanto l'unione verso la lotta di liberazione palestinese faccia paura al sistema di stampo coloniale e neofascista che si sente minacciato dalla solidarietà antifascista e antisionista".

La medesima vicinanza l'hanno mostrata per Mohamed Shahin, l'imam di Via Saluzzo a Torino, ritenuto un pericolo per la sicurezza nazionale, lo stesso per cui "il 7 ottobre non fu violenza" e considerato esponente dei fratelli musulmani dai nostri apparati.

Ed erano presenti al presidio tenutosi all'Aquila per sostenere Anan Yaeesh: non un buon samaritano, ma un soggetto condannato a 5 anni e 6 mesi per associazione con finalità di terrorismo. Eppure, loro lo definiscono un processo politico "condotto per procura dalla giustizia italiana, per conto dell'entità sionista contro la resistenza palestinese".

Ma sul loro profilo compaiono anche striscioni che recitano "intifada vincerà". Scendono in piazza con l'Udap (Unione democratica arabo palestinese), la stessa che fa i cortei con i Giovani palestinesi italiani che hanno inneggiato al 7 ottobre tramite una manifestazione indetta quel giorno, pochi mesi fa, a Bologna. Hanno sposato la "Gaza Cola", nata in contrasto con la tradizionale bevanda che rientra nei prodotti da boicottare per la vicinanza a quello che loro considerano il male assoluto, Israele.

L'obiettivo è dare linfa a quello che loro definiscono "nucleo aggregante per una comunità solidale e resistente sul territorio" e ringraziano chi sostiene "la nostra lotta politicamente, umanamente ed economicamente".

Ma in che modo è compatibile questa visione, questo chiamare a raccolta tutti sotto il cappello della Palestina con sigle o volti che di pacifico hanno ben poco?

A rispondere è la deputata e responsabile del dipartimento immigrazione di FdI Sara Kelany: "Grave che chi fa campagna in difesa di Hannoun, e che quindi spalleggia apertamente soggetti indagati per terrorismo, metta in atto addirittura una raccolta fondi per tesserarsi a un centro culturale che scende in piazza con le bandiere dell'Udap, spesso al fianco dei GPI che hanno organizzato una piazza che inneggiava al 7 ottobre. Ci auguriamo che per simili soggetti e organizzazioni siano presi provvedimenti, considerato che, fino a prova contraria, in Italia libertà di associazione non significa libertà di inneggiare al terrorismo".

Il processo contro Hannoun e soci lo dimostra: l'Italia non ha intenzione di fare passi indietro verso chi strizza l'occhio al terrorismo.

E, con buona pace del centro di Napoli, Hamas non è resistenza, bensì un gruppo di terroristi che nuoce in primis ai palestinesi. E Hannoun, che incontra gli ex capi di Hamas e invoca in piazza la legge del taglione (secondo cui chi uccide va ucciso) non è certo una vittima, tutt'altro.

Commenti
Pubblica un commento
Non sono consentiti commenti che contengano termini violenti, discriminatori o che contravvengano alle elementari regole di netiquette. Qui le norme di comportamento per esteso.
Accedi
ilGiornale.it Logo Ricarica