I finti moralisti sui soldi della Lega

Non c'è bisogno di leggere i verbali di un commercialista indagato nel caso Lombardia Film Commission per scoprire quanto sa anche l'ultimo consigliere di circoscrizione

I finti moralisti sui soldi della Lega

Non c'è bisogno di leggere i verbali di un commercialista indagato nel caso Lombardia Film Commission per scoprire quanto sa anche l'ultimo consigliere di circoscrizione: la politica si autofinanzia con le «donazioni» di eletti e nominati dai partiti. Il parlamentare, il consigliere di assemblea e il membro di un cda pubblico non incassano mai il compenso totale, come hanno divulgato negli ultimi anni i paladini dell'anticasta. Una cospicua percentuale, generalmente concordata prima della candidature, finisce direttamente nelle casse del movimenti. Anzi, in alcuni casi l'assegnazione di un collegio sicuro coincide con un versamento anticipato sui futuri emolumenti. Scandalo? Malcostume? Corruzione mascherata? Un po' di tutto questo, certamente. Al cittadino a digiuno della vita di Palazzo risulta indigesto un tale sistema. Ma la vita pubblica funziona così, almeno quella repubblicana che inizia con le elezioni del 1946 per l'Assemblea costituente.

Quello che accade ogni mese da 74 anni diventa all'improvviso un meccanismo da denunciare con toni moralistici che sfiorano l'invocazione di un'indagine penale. Lo «scoop» che il Fatto quotidiano si auto attribuisce in questi giorni riguarda un solo partito: il «sistema del 15%» della Lega. Che non è la quota di una tangente smascherata dalla Finanza, ma l'entità del contributo al Carroccio da parte di tutti gli eletti e soprattutto dei nominati in Asl, enti ospedalieri, banche e società di Stato. La «pistola fumante» sarebbe un'indicazione emanata dal Consiglio federale di Lega Nord Padania il 25 ottobre 2001, quando il segretario Matteo Salvini era un giovane consigliere comunale a Milano: «È dovere morale dei nominati contribuire al movimento col 15 per cento di quanto introitato». Da dovere morale a notizia di reato. Boh.

Per decenni il Partito comunista italiano è stato il più inflessibile esattore nei confronti dei propri rappresentanti che beneficiavano di compensi pubblici. Il cassiere Pci, a tutti i livelli, decimava con ferocia indennità e gettoni in nome della disciplina di partito. E ancora ai tempi del Pds, primi anni '90, Botteghe Oscure forniva ai propri deputati spennati abitazioni nei dintorni del Parlamento da condividere in tre o quattro per sopperire al salasso. Tra le tante malefatte perpetrate dalla dirigenza comunista bisogna almeno ammettere che il versamento coatto è stato uno dei pochi atti di coerenza con la dottrina marxista-leninista: il parlamentare non può guadagnare più di un impiegato. Lo stesso afflato egualitarista ha caratterizzato il primo mandato elettorale dei grillini che, all'inizio, sono stati strangolati da Casaleggio & C. con la continua richiesta di contributi economici all'attività politica dei 5s. Abbiamo visto com'è finita: con la scusa di dissidi politici o altre comiche giustificazioni, il parlamentare medio grillino ha preferito finire nel gruppo Misto (che non richiede pegni esosi) o interrompere i bonifici mensili, sempre più radi. Alla luce del clamoroso disimpegno dei Cinque Stelle, il «sistema 15%» della Lega potrà suonare al massimo come un anacronistico diktat di partito e, questo sì, un segno di disciplina interna che richiama il vecchio Pci. Quello che Di Maio non è riuscito a imporre ai suoi eletti, lo sta facendo da vent'anni il partito di Salvini fondato da Bossi. Ma per il giornalismo giustizialista che ha scortato i grillini al potere, il nemico del popolo è il politico che versa una quota al proprio partito, non chi l'ha raggirato intascando ogni mese lo stipendio intero.