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I no di Panetta e Belloni complicano il totoministri

Meloni in difficoltà sulle candidature "di alto profilo". Fonti di Fdi: "possibile" Giorgetti al Mef

I no di Panetta e Belloni complicano il totoministri

«Avete reso l'Italia protagonista in Europa», dice Mario Draghi salutando i suoi ministri nell'ultimo (probabilmente) Consiglio, e condividendo con grande aplomb i propri meriti. Tra poco, ricorda, «su questi banchi siederà il nuovo esecutivo, espressione del risultato delle elezioni che si sono appena tenute». E dunque, è l'appello del premier uscente, «vi rinnovo l'invito ad agevolare una transizione ordinata, che permetta a chi verrà di mettersi al lavoro da subito». Perchè «i governi passano, ma l'Italia resta». Il problema, però, e Draghi lo sa, è che i nuovi ministri con cui «agevolare la transizione» ancora latitano. Il quadro del governo Meloni fatica a comporsi, il consueto braccio di ferro tra i partiti di maggioranza è in pieno corso, e sulle caselle fondamentali le soluzioni appaiono ancora lontane. A cominciare dal ministero dell'Economia: il supertecnico corteggiato da mesi da Giorgia Meloni, Fabio Panetta (membro del board della Bce) non pare avere alcuna intenzione di accettare. E la famosa «sponda del Quirinale», sulla quale si appuntavano le speranze per forzarne la resistenza, non si sarebbe materializzata. Anzi, racconta un esponente del centrodestra: «Il presidente Mattarella non vuole sguarnire gli altari che già esistono: Panetta serve come il pane all'Italia in quella posizione, è il ragionamento del Colle, e quindi è meglio che resti dov'è».

Altri nomi tecnici, dall'Ad di Cassa depositi e prestiti Dario Scannapieco al presidente della divisione Imi di Banca Intesa Gaetano Miccichè, sono stati smentiti. Resta l'opzione «politica»: scartata da tutti l'ipotesi Tremonti («Improponibile», la liquidano), il nome di Giancarlo Giorgetti viene ribadito come «possibile» da Fdi. E trova approvazione anche in Forza Italia. Se ne intuisce la ragione tattica: Giorgetti ha esperienza di governo e - dal punto di vista del gioco interno alla maggioranza - sarebbe un punto messo a segno per «incastrare» Matteo Salvini, offrendo alla Lega una casella di estremo pregio, e difficile da rifiutare, ma assegnandola al tempo stesso ad un avversario interno del capo del Carroccio. Salvini, ovviamente, fa resistenza. E lo stesso Giorgetti, raccontano, preferirebbe di gran lunga una postazione più tranquilla (quella di vicepresidente della Camera) per evitare non solo il conflitto interno - «Ve lo vedete a combattere ogni giorno su balneari, tassisti e flat tax col suo partito?» - ma anche l'onere di un ministero che dovrà affrontare uno snodo economico pesantissimo.

La contrarietà di Mattarella allo «sguarnimento degli altari» sarebbe all'origine anche del gran rifiuto di Elisabetta Belloni, ipotizzata per la Farnesina: «Non farò il ministro, faccio un altro lavoro», dice la responsabile dei Servizi. Per il ministero degli Esteri tutti danno in pole position Antonio Tajani di Fi, forte dei propri rapporti in Europa e dell'esperienza alla guida del Parlamento di Strasburgo. Meloni vorrebbe il moderato Maurizio Lupi ai Rapporti con il Parlamento, per la Difesa si fa il nome del diplomatico Stefano Pontecorvo (che gode di un rapporto ottimo con il segretario generale della Nato Stoltemberg), per la Giustizia sono in pista l'ex pm Nordio, Daniela Bongiorno per la Lega ma anche Sisto per Fi. Per la Sanità resta il veto di Meloni su Licia Ronzulli e viene dato in ascesa il presidente della Croce Rossa Francesco Rocca. La Lega reclama ministeri ricchi (di denaro) come Agricoltura e Infrastrutture. Per il «Patrimonio culturale» si parla di Sgarbi ma anche dell'azzurro Alberto Barachini.

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