Donald Trump torna a parlare del futuro politico del Venezuela e si intesta il comando del coinvolgimento Usa nel Paese latinoamericano. Il presidente ha identificato un gruppo di funzionari che aiuteranno a supervisionare l'impegno di Washington, dal segretario di Stato Marco Rubio al capo del Pentagono Pete Hegseth, "un team eterogeneo con competenze diverse, ognuno nel proprio campo", spiega. Ma alla domanda su chi in definitiva sia al comando, risponde senza esitazione: "Io". Secondo il suo consigliere Stephen Miller, il tycoon ha chiesto a Rubio "di guidare il processo di attuazione delle riforme economiche e politiche in Venezuela, sotto la sua stretta guida e direzione". Miller precisa che gli Usa ritengono di avere la piena, completa e totale cooperazione dal governo di Caracas, mentre The Donald riafferma che Washington "non è in guerra" con il Venezuela, ma "con chi vende droga, con chi svuota le proprie prigioni nel nostro Paese, con chi manda i tossicodipendenti e i malati di mente". E avverte che non ci sarà un voto nei prossimi 30 giorni: "Dobbiamo prima risanare lo Stato, riportarlo alla normalità. Ci vorrà del tempo, non si possono tenere elezioni, non c'è modo che la gente possa votare".
Nel frattempo, il dipartimento di Giustizia fa retromarcia su una dubbia accusa nei confronti di Maduro, che aveva promosso lo scorso anno nel preparare il terreno per rimuoverlo dal potere, quella di guidare un cartello della droga chiamato Cartel de los Soles. Secondo il New York Times, i procuratori continuano ad accusare il deposto leader di aver partecipato a una cospirazione di narcotraffico ma hanno abbandonato l'affermazione secondo cui il Cartello sarebbe un'organizzazione vera e propria, definendolo ora un "sistema di patronato" e una "cultura della corruzione" alimentata dal denaro della droga.
L'operazione militare del 3 gennaio, tuttavia, sta creando una spaccatura nel mondo Maga: alcune voci influenti criticano il blitz bollandolo come un tradimento dello slogan America First, come una svolta "neocon" in stile Bush-Cheney mascherata da trumpismo. E sostengono che il presidente starebbe trasformando il movimento in ciò che aveva giurato di combattere. L'inquilino della Casa Bianca, tuttavia, si dice sicuro che il popolo Maga non gli volterà le spalle: "Adorano quello che sto facendo. Il movimento sono io e ama tutto ciò che faccio, e anche io amo tutto ciò che faccio", assicura.
Dure critiche continuano ad arrivare invece dai democratici dopo il briefing dell'amministrazione ai leader del Congresso sul dossier. Il segretario di Stato "non ha dato risposte perché non sa cosa accadrà domani e il giorno dopo. Questo è quello che ci ha fatto male in Iraq, in Afghanistan e in Libia. Non c'è un piano", afferma il deputato Jim Himes della commissione Intelligence della Camera. Mentre per il numero uno dei dem in Senato Chuck Schumer "abbiamo ancora più domande" che risposte e, prosegue, "non ho ricevuto alcuna assicurazione che non cercheranno di fare la stessa cosa in altri Paesi".
Schumer annuncia che questa settimana il Senato sarà chiamato a votare una risoluzione per autorizzare, o bloccare, ulteriori azioni militari in Venezuela: a suo parere l'amministrazione Trump avrebbe violato il War Powers Act lanciando l'operazione che ha portato alla cattura di Maduro senza informare né ottenere il via libera del Congresso. La risoluzione imporrebbe al tycoon di ottenere un'autorizzazione formale di Capitol Hill prima di qualsiasi eventuale nuova azione militare.