I pm diano la caccia ai tagliagole, non alle olgettine

Le procure si concentrino sulla sicurezza

I pm diano la caccia ai tagliagole, non alle olgettine

Quando l'11 settembre sorprese l'Italia, le indagini su Al Qaeda e il terrorismo islamico erano chiuse in un angolo dei Palazzi di giustizia che celebravano Mani pulite. Fra squilli di tromba e inni al cambiamento morale del Paese, la magistratura si era persa il nemico alle porte, sigillato dentro ponderosi tomi di intercettazioni che venivano tradotti con anni di ritardo da qualche impronunciabile dialetto arabo. Oggi, quattordici anni dopo e dopo molte indagini e arresti, una parte del gap è stata colmata. Sappiamo molto dei tagliagole che vogliono far saltare gli aerei, progettano attentati spaventosi, immaginano l'apocalisse sul Vaticano e, insomma, vogliono portare la guerra a Roma coma a Parigi.E però proprio la drammaticità del conflitto in cui ci troviamo immersi dovrebbe suggerire qualche riflessione. Le risorse non sono infinite e invece vengono disperse in un pulviscolo di piccole e grandi indagini che consumano le energie e non ci coprono dai rischi terribili di questa epoca. Milioni di fascicoli riempiono le scrivanie dei pm tricolori, molti sono assolutamente insignificanti perché la famosa depenalizzazione, sempre invocata e sbandierata, ha fatto il cammino del gambero e ci ritroviamo con più reati, più illeciti, più obiettivi di prima. È una gara impossibile perché non si può chiudere il mondo dietro il filo spinato di una procura. Ma nessuno si azzarda a scalfire il tabù, ingombrante, dell'obbligatorietà dell'azione penale.

E di quella con la A maiuscola, ancora più obbligatoria e sacra. Si rovista sotto i divani di Arcore o nel letto delle Olgettine, si trasforma Calogero Mannino in una sorta di imputato a vita, ma si rischia di non scoprire la santabarbara mimetizzata fra i palazzi delle nostre metropoli. Alcune grandi inchieste, nate in questi anni fra titoloni dei giornali e dibattiti infiammati sui media, sono finite letteralmente nel nulla. Per ragioni diverse, certo, ma sempre suscitando dosi non omeopatiche di disagio in un'opinione pubblica che fatica a capire la ragione di tanti sforzi. Torino conduce un lavoro colossale sul disastro di Casale Monferrato e sulla spoon river dell'amianto; poi la cassazione ci spiega che la prescrizione era arrivata prima dell'apertura del processo. Perché avventurarsi su una strada impervia se si sapeva che il rischio di andare a sbattere era alto? Ma l'Italia è un susseguirsi di rompicapi giudiziari. E tredici anni dopo la morte di Marco Biagi, ucciso dai terroristi ma delle Brigate rosse, ecco, puntuale come un treno svizzero, l'inchiesta bis sulle omissioni istituzionali e il proposito, bizzarro, di chiedere agli indagati, tanto per cambiare Gianni De Gennaro e Claudio Scajola, di rinunciare gentilmente alla prescrizione.A Milano, sia detto pacatamente, si è mosso un intero apparato, con detective e segugi, per ricostruire fino al dettaglio le ormai famose cene di Arcore. E il comportamento delle olgettine: l'eventuale mercificazione del corpo della donna. Col risultato di arrivare infine alla doppia assoluzione che non è servita per fermare la caccia, ripartita, altro classico all'italiana, a grappolo. Si chiude un segmento investigativo e se ne apre subito un altro, dal Ruby ter al Tarantinigate di Bari, in un domino bulimico senza fine. Ma così rischiamo un brutto risveglio, sotto l'artiglio dei fanatici del jihad.

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