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I puri del "Fatto" cedono e chiedono i fondi pubblici

Cade l'ultimo tabù ideologico del giornale di Travaglio. Che diceva: "Lo Stato mette soldi? È schiavitù di stampa"

I puri del "Fatto" cedono e chiedono i fondi pubblici
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Il Fatto apre ai contributi pubblici. Ma il direttore Marco Travaglio se ne vergogna e nasconde la notizia. Cade l'ultimo tabù ideologico per la testata (vicina al M5s) diretta da Travaglio: la richiesta di finanziamenti da parte dello Stato. Tramonta la verginità. La svolta viene annunciata (e nascosta) in un trafiletto piazzato alla penultima pagina del giornale: "SEIF è ben consapevole dell'importanza che riveste per il Fatto Quotidiano non percepire finanziamenti pubblici. Ma, data la crisi del mercato editoriale e il momento congiunturale molto difficile, l'amministratore delegato, per le responsabilità che gli competono, ha ritenuto di predisporre la domanda entro la scadenza per garantire la continuità aziendale, supportare la transizione digitale in corso e prevenire eventuali situazioni di rischio. Con la presente nota, intende però precisare che il contributo assegnato dal decreto del 9 marzo scorso non è stato percepito e che l'intenzione della Società Editoriale Il Fatto, qualora il trend positivo che stiamo registrando nel primo trimestre e il sostegno dei nostri lettori e dei nostri abbonati proseguano, rimane quella di non percepirlo", si legge nella nota della società.

Il fondo pubblico, pari a 65 milioni di euro, è stanziato con il decreto del governo Meloni in favore delle imprese editoriali. Il contributo prevede il rimborso di 10 centesimi per ogni copia venduta. Non si tratta, è bene precisarlo, del finanziamento pubblico previsto per alcune testate, ma si tratta sempre di soldi dello Stato. Nonostante nella sottotestata campa la scritta "Il Fatto non percepisce soldi pubblici". Una scelta, da sempre, rivendicata con orgoglio dal direttore Travaglio. Quando si parlava di soldi pubblici alle testate il direttore del Fatto non usava mezze misure: "Non ha senso che lo Stato metta i soldi, perché la libertà di stampa non dipende dai soldi dello Stato: quella non è libertà di stampa, quella è schiavitù di stampa. I giornali devono vivere grazie ai lettori, non grazie ai soldi pubblici. Chi non è in grado di sostenersi autonomamente, secondo il giornalista, dovrebbe chiudere". Parole che, rilette alla luce dell'annuncio della società editoriale del Fatto, diventano un boomerang. Riferendosi al quotidiano Libero il fustigatore Travaglio sentenziava: "Libero è del signor Angelucci. Se lo vogliono, se lo paghino loro, oppure trovino dei lettori disposti a tenerlo in piedi. Altrimenti, lo chiudano".

La decisione di piazzare il trafiletto nelle ultime pagine rivela una certa vergogna di aderire ai fondi pubblici da parte della direzione. In effetti, Travaglio ha sempre usato come un bastone contro gli altri quotidiani il ricorso ai fondi pubblici. Dovrà forse ammorbidire la linea. Già in occasione dell'ultima festa del Fatto a Roma esplose una polemica simile per la decisione della Regione Sardegna, guidata dalla grillina Alessandra Todde di dare un contributo all'evento mediante l'acquisto di uno spazio espositivo. Altra grana cadde con il via libera alla pubblicità da parte dei colossi di Stato. Acqua passata. Spiccioli di poche migliaia di euro. Ora il piatto ricco sono i rimborsi per le copie vendute. EIF (Società Editoriale Il Fatto S.p.A.

) è quotata su Euronext Growth Milan e ha uno statuto che impedisce il controllo da parte di un singolo socio, limitando ogni partecipazione al massimo del 16,67%. Le quote di maggioranza relativa sono nelle mani di Antonio Padellaro, Cinzia Monteverdi e dello stesso Travaglio.

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