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I rischi per gli States di trattative infinite. La sfida di Khamenei

Verso la guerra Usa-Iran. Le ragioni di Donald e dell'ayatollah

I rischi per gli States di trattative infinite. La sfida di Khamenei
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Attaccare o continuare a trattare? Il dilemma rode Donald Trump. Osando può fare bingo e cogliere un successo senza precedenti rispetto a dei predecessori costretti - da Jimmy Carter in poi - a fare i conti con le trame della Repubblica Islamica. Ma può anche fallire e ritrovarsi impantanato in una di quelle guerre senza fine da cui ha prometteva di tener lontano l'America. Un rischio non da poco. Soprattutto in vista di quelle elezioni di "mid term" che potrebbero costargli il controllo del Congresso e trasformarlo in un Presidente dimezzato. Ma neanche la trattativa è un luogo sicuro. Come gli ricorda il senatore repubblicano Tom Cotton "l'Iran non ha mai vinto una guerra, ma non ha mai perso un negoziato".

I rischi della trattativa sono evidenti. Nei negoziati intrecciatisi tra l'Oman e Ginevra gli emissari iraniani hanno concesso ben poco agli inviati americani Jared Kushner e Steve Witkoff. Sul nucleare si sono offerti di sospendere l'arricchimento, ma non hanno mai preso in considerazione la richiesta americana di smantellare l'apparato missilistico e terminare gli appoggi alle milizie sciite schierate da Gaza al Libano e dallo Yemen all'Iraq. Intestardendosi a trattare il presidente rischia, insomma, un'intesa anche peggiore di quella firmata a suo tempo da Obama. Un'intesa che Trump non esitò a cancellare definendola "cattiva e pericolosa". Dunque a conti fatti non gli resterebbe che attaccare. Magari in vista del Discorso dell'Unione di martedì. Anche perché tra Golfo Persico e Mediterraneo si muove un'"armata" Usa seconda sola allo schieramento dispiegato nel '91 per sloggiare Saddam dal Kuwait. Nel Mediterraneo incrociano, a difesa d'Israele, la portaerei USS Gerald R. Ford e quattro cacciatorpedinieri. All'imbocco del Golfo Persico si muove la USS Abraham Lincoln seguita da nove cacciatorpediniere. E una cinquantina di cacciabombardieri F-35s, F-15s, F-16s si sono aggiunti a quelli già presenti nelle base giordana di Muwaffaq Salti e in quella saudita di Prince Sultan. Senza contare i due Awac E-3G per il controllo delle operazioni aeree arrivati ieri e i bombardieri B2 posizionati nella base inglese di Diego Garcia nell'Oceano Indiano. Uno schieramento a cui vanno aggiunti almeno uno o due sommergibili nucleari e circa cinquecento missili Tomahawk. Ma per fare cosa? E qui si apre l'altra incognita. Se l'obbiettivo è decapitare il regime uccidendo Alì Khamenei il successore potrebbe arrivare dalle fila pasdaran. Ovvero dall'ala più inossidabile del regime pronta a combattere fino all'ultimo uomo costringendo gli Usa ad un intervento molto più lungo di quello previsto da Trump. Ma l'alternativa, anche peggiore, rischia di essere il caos generato dai tentativi delle minoranze curde, azere, o arabo sunnite di ritagliarsi spazi indipendenti condannando l'Iran ad un'instabilità di lungo periodo. L'erede dello scià Reza Pahlevi, spesso evocato come possibile leader di una nuova rivolta, non sembra avere l'autorità e il carisma indispensabili a unificare le opposizioni. In tutto ciò i tempi stretti di Trump potrebbero aver convinto il regime che sopportare qualche settimana di bombardamenti e subire l'eliminazione di una parte dei propri leader sia in fondo meglio di una resa negoziale.

Anche perché rinunciare a nucleare, missili e milizie alleate equivarrebbe a consegnare le armi che hanno trasformato la Repubblica Islamica nel principale nemico di Usa e Israele garantendole il ruolo di grande potenza regionale.

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