Imponiamo il rispetto della nostra identità

Mentre la mancata stretta di mano dell'ambasciatore iraniano ha sollevato migliaia di commenti tra il popolo dei social, la barbarie di Algeciras è passata inosservata.

Imponiamo il rispetto della nostra identità

Gli spagnoli, noi italiani e il resto degli europei facciamo bene a stupirci per le immagini di Hassan Ghashghavi, l'ambasciatore iraniano a Madrid felice di stringere la mano al re Felipe VI, ma pronto ad evitare come il peccato quella della regina Letizia riservandole soltanto un modesto cenno del capo. Lo stupore per quella mancanza di rispetto dell'essere femminile imposta da un Islam fattosi Repubblica diventa però caricaturale se dimentichiamo d'indignarci per la barbara tragedia di Algeciras. In quella città della provincia di Cadice, a distanza di poche ore, un migrante marocchino ha fatto irruzione al grido di Allah Akbar (Allah è grande) in due chiese uccidendo a colpi di machete un sagrestano, ferendo un parroco e vari fedeli. Mentre la mancata stretta di mano dell'ambasciatore iraniano ha sollevato migliaia di commenti tra il popolo dei social, la barbarie di Algeciras è passata inosservata, liquidata in breve dai media di un'Europa ormai tranquillamente assuefatta alla notizia di un migrante islamista pronto a sgozzare gli «infedeli» cristiani. Ora, diciamolo forte e chiaro, la mancanza di rispetto per l'essere femminile imposta nel nome di Allah è intollerabile. Ma è chiaro che l'ambasciatore della Repubblica Islamica non può sottrarsi a quelle regole. Lo comprova la vicenda dell'ex-presidente riformista iraniano Mohammad Khatami denunciato nel 2016 al tribunale religioso della città santa di Qom da una ventina di studenti di teologia per aver stretto la mano ad alcune donne durante una visita in quel di Udine. Spetta dunque alle istituzioni europee fissare protocolli che invece di prevedere supinamente, come successo a Madrid, il rifiuto del saluto al gentil sesso, impongano l'esclusione dai ricevimenti ufficiali di chi quell'atto di rispetto non lo vuole o non lo può dare. Anche perché in molte società l'eccesso di tolleranza viene interpretato non come rispetto, ma come mancanza di attenzione per la propria identità trasformandosi quindi in sinonimo di debolezza. L'abbiamo visto nella vicina Svizzera dove nel 2016, sull'esempio del protocollo diplomatico seguito a Madrid, una scuola media di Basilea ha permesso ai propri alunni musulmani di negare la stretta di mano alle professoresse. Nel relativismo di quella scuola pronta a piegarsi all'ideologia di qualche padre islamista deciso a pretendere i diritti, ma non i doveri della nazione in cui era ospitato c'è il sonno della ragione che spinge il giornalismo europeo a non indignarsi per la profanazione di una chiesa, l'assalto ai suoi fedeli e l'atroce assassinio di un religioso.

Se vogliamo ridestarci da quel sonno dobbiamo imporre il rispetto della nostra identità a chiunque frequenti le nostre istituzioni. Altrimenti anche profanazione di chiese e sgozzamento di cristiani diventeranno abitudini giustificate e politicamente corrette. Come già sembrano esserlo per tanti miei indifferenti colleghi.

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