Indagini sulle minacce di Milano a Fontana: parte la caccia agli estremisti leninisti dei Carc

Pm e Digos sulle tracce delle cellule che attaccano istituzioni e forze di polizia

Indagini sulle minacce di Milano a Fontana: parte la caccia agli estremisti leninisti dei Carc

Diffamazione e minacce: questi sono i reati che il pm milanese Alberto Nobili contesta agli autori - finora sconosciuti - del grande graffito «Fontana assassino» apparso nei giorni scorsi sui muri del capoluogo lombardo. È una indagine cui Nobili e la Digos stanno lavorando con attenzione, perché sono ritenute preoccupanti sia la provenienza della scritta sia, e soprattutto, l'accoglienza che ha ricevuto: dove, insieme alla indignazione e alla solidarietà espressa da più parti al presidente della Regione, sono arrivati anche espliciti appoggi all'insulto apparso nella zona della Martesana.

Da che area arrivi la scritta è chiaro, per il semplice motivo che è firmata: i Carc, i comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo, un gruppo dell'ultrasinistra attivo in numerose città italiane. Un gruppo di frontiera, cultore dell'ortodossia leninista e con simpatie non nascoste per l'esperienza della lotta armata: due anni fa i Carc organizzarono una iniziativa di solidarietà a Nadia Desdemona Lioce, ergastolana, esponente irriducibile delle Nuove Brigate Rosse, che definirono «prigioniera politica». E non è gente che si limita alle parole: nel 2013 Francesco Marmotta, esponente storico dei Carc, venne rinviato a giudizio insieme ad altre diciassette persone con l'accusa di associazione con finalità eversive per la stagione di bombe indipendentiste che aveva flagellato la Sardegna.

Ma la specialità dei Carc sono le campagne d'odio, come quella lanciata ora contro Fontana. Vittime preferite, gli uomini delle forze dell'ordine: a Bologna i Carc avevano un blog intitolato «Caccia allo sbirro» in cui indicavano con nome e foto poliziotti e carabinieri colpevoli a loro dire di vessazioni. A Milano una dei Carc, Rosalba Romano, è stata condannata in primo grado e appello per la persecuzione a un poliziotto, definito ripetutamente sui social come «bastardo e bandito», anche lui con nome e cognome. «A scuola mia figlia è diventata la figlia del poliziotto bandito», ha raccontato l'agente ai giudici.

La firma sulla scritta contro Fontana non è sicuramente apocrifa, visto che è stata rivendicata il giorno dopo sul sito dei Carc con un post dal titolo «Più di 15mila morti e ancora parlate?». Le indagini per dare una identità precisa agli autori della scritta le indagini sono però ancora in corso, anche perché le telecamere della zona non sono riuscite a immortalare in diretta l'esecuzione del graffito: ma non dovrebbe essere una caccia lunga, a Milano gli attivisti di prima linea dei Carc si contano sulle dita di tre o quattro mani.

Il problema non è solo la pericolosità dei Carc, che la questura ritiene comunque assai modesta, ma l'emulazione che la campagna lanciata contro Fontana rischia di innescare. Il governatore era già considerato un bersaglio a rischio e quindi scortato, ma nel mirino potrebbero finire amministratori locali e dirigenti sanitari che il tam tam dei social indica in modo irresponsabile come i veri colpevoli di decine di migliaia di morti. E metterli tutti sotto scorta è impossibile.

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