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Intesa tra premier e cancelliere. Con Trump è necessario un "approccio pragmatico"

L'avvicinamento Ppe-Ecr e l'asse che può condizionare il Consiglio Ue. Il nodo difesa

Intesa tra premier e cancelliere. Con Trump è necessario un "approccio pragmatico"
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Sette intese bilaterali e un accordo per una collaborazione stretta in materia di difesa e sicurezza, con progetti congiunti nell'aviazione e nella difesa missilistica, navale e subacquea. È questa la sintesi del vertice intergovernativo tra Italia e Germania che si è tenuto a Villa Doria Pamphilj. L'occasione per suggellare un asse tra Roma e Berlino che forse non è mai stato così solido, tanto che da giorni è soprattutto la stampa tedesca a disegnare scenari in cui lo storico canale preferenziale tra Germania e Francia potrebbe essere soppiantato dall'alleanza tra Friedrich Merz e Giorgia Meloni. Questione che ieri è stata sollevata anche da un giornalista tedesco durante le dichiarazioni congiunte alla stampa che hanno seguito la firma degli accordi. E su cui la premier italiana ha preferito sottrarsi, limitandosi a dire che "non siamo in un'epoca in cui possiamo permetterci infantilismi nella lettura della politica estera".

Quel che è certo è che da mesi Berlino è irritata dai tentativi di Parigi di minare il Mercosur, l'accordo commerciale con il Sud America che la Germania spinge per le sue esportazioni. Come pure i tedeschi non hanno gradito il braccio di ferro industriale con la Francia sul Future combat air system, progetto comune da 100 miliardi di euro per la produzione di caccia e droni. Al punto che, non è un mistero, Berlino starebbe valutando soluzioni alternative. Ed è anche in questo senso che va letto il rafforzamento della cooperazione tra Italia e Germania nel campo della difesa (la tedesca Rheinmetall e l'italiana Leonardo hanno già una joint venture per costruire carri armati e altri veicoli militari). Sulla difesa, peraltro, Meloni e Merz tornano a più riprese, con il cancelliere tedesco convinto che sia necessario "non solo fare di più" ma "innanzitutto semplificare i nostri sistemi" che "sono troppi e paralleli". Insomma, dice la premier italiana, l'obiettivo è una "industria della difesa efficiente grazie a contributi comuni". Ed è in quest'ottica, aggiunge, che l'Italia ha deciso di "aderire all'accordo multilaterale che già esiste tra Germania, Francia, Spagna e Gran Bretagna sull'esportazione di armamenti".

Un'asse, quello tra Roma e Berlino, che punta a rafforzare l'Europa anche alla luce delle ripetute incomprensioni con gli Stati Uniti. Con Donald Trump, è convinzione dei due leader, serve un "approccio pragmatico" e non prove di forza "muscolari" (il riferimento è evidentemente al francese Emmanul Macron). Sui dazi, però, Merz è netto. "Ci difenderemo - dice - con tutti gli strumenti possibili". Mentre Meloni avverte che "la fase è grave" e "viviamo tempi complessi segnati da imprevedibilità e incertezza" ed invita l'Ue ad avere "coraggio e responsabilità" e "trasformare le crisi in opportunità". "L'Europa - dice - deve scegliere se intende essere protagonista del suo destino o subirlo".

L'intesa tra Meloni e Merz, peraltro, avvicina inevitabilmente il Ppe (di cui la Cdu è azionista di maggioranza) ad Ecr (dove è Fdi ad avere la delegazione più corposa), che già tre volte nel corso di questa legislatura hanno votato insieme sostituendosi alla cosiddetta "maggioranza Ursula". Insomma, un modo per rafforzare uno schema che non è destinato a ribaltare gli equilibri dell'attuale Parlamento europeo (dove il Ppe continuerà a muoversi secondo la politica del doppio forno) ma che può tracciare una strada per il futuro. E che invece, già dalla prossima riunione in programma a Bruxelles il 12 febbraio, può incidere non poco sulle decisioni del Consiglio Ue, dove si raggiunge la maggioranza qualificata con il 55% degli Stati membri (15 su 27) che devono però rappresentare almeno il 65% della popolazione Ue.

Germania (83 milioni di abitanti) e Italia (59 milioni) sono rispettivamente al primo e terzo posto tra gli Stati più popolosi e valgono insieme il 32% dell'intera Unione. Un numero che certifica quanto un asse tra Roma e Berlino possa condizionare le decisioni del Consiglio Ue.

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