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Politica

Paolo Zampolli: “Io licenziato? Solo pettegolezzi Con Donald siamo grandissimi amici”

L’italoamericano inviato del dipartimento di Stato rimosso. “Dovevo durare un anno mi hanno dato sei mesi in più”

13 February 2026, Bavaria, Munich: Paolo Zampolli, Italian-born businessman based in New York City in the USA (United States Special Representative for Global Partnerships), is coming to the Munich Security Conference at the Bayerischer Hof conference hotel in Munich (Bavaria, Germany) on February 13, 2026. The 62nd Munich Security Conference (MSC) will take place from February 13 to 15, 2026 at the Hotel Bayerischer Hof in Munich. The MSC is the world's leading forum for debates on international security policy. Photo by: Matthias Balk/picture-alliance/dpa/AP Images Associate Press/ LaPresse Only Italy and Spain

«Macché licenziato! I giornalisti amano ricamare, fare scandalo. Se fai scandalo vendi più copie. Semplicemente si è concluso il tempo di un incarico che avevo ricevuto dal presidente». Paolo Zampolli non appare preoccupato né nervoso. Parla con quel suo linguaggio nel quale mescola l’italiano e l’inglese e ci mette anche dentro la sua personalità mista. Mediterranea a yankee. È nato in Italia, 56 anni fa, ma da trent’anni vive negli Stati Uniti ed è riuscito ad avvicinare il vertice del vertice del potere: la Casa Bianca. È amico personale di Trump, questo non si discute, anche perché 28 anni fa presentò al suo amico Donald una signorina slovena che si chiamava Melania Knauss e oggi Melania è la first lady.

Zampolli, qui tutti parlano di licenziamento in tronco.

«Li lasci dire, non mi faccio turbare dai pettegolezzi dei giornalisti. Ho subito da loro cose molto peggiori di questa. Pensi a tutte le diffamazioni ricevute dalla Tv italiana...».

Si riferisce a «Report»?

«Sì, e al giornalista Ranucci che ora, per fortuna, la Rai ha rimosso».

Ma allora perché si è concluso il suo compito di inviato speciale del presidente Trump?

«Semplicemente perché il tempo era scaduto. Doveva durare un anno, è durato sei mesi di più. Ora stop».

Non sono vere le notizie di scontri con il sottosegretario Christopher Landau?

«Certo che sono vere. E penso che abbiano influito sulla decisione di Trump. Era necessario abbassare la tensione. Landau pensa che io abbia svolto compiti che non mi spettavano. Ma non è vero».

Quali compiti?

«Credo che non gli sia andata giù la mia battaglia contro il Fentanyl. Quella droga sta rovinando milioni di giovani».

Ma lei è stato abbandonato dal presidente?

«Ma che dice? Siamo amici».

Sicuro?

«Certo, ci siamo sentiti ancora l’altro ieri pomeriggio. Mi ha detto: Ora sei libero di fare i soldi. Il presidente dà sempre molta importanza al business».

Perché, finché lavorava per l’amministrazione non era libero?

«Beh, no. Trattavo affari anche molto grossi ma non guadagnavo un dollaro».

Il suo motto è: «20 miliardi in 20 minuti?».

«Sì, l’ordine di grandezza nel quale mi muovo è questo».

Non le pesa aver perso questo incarico e questo lavoro?

«No, non sono mica un impiegato statale che tiene al posto fisso. La mia prospettiva è parecchio diversa. Sono un uomo d’affari di sport e di cultura».

Anche di sport. Fu lei ad avere l’idea di escludere l’Iran dai mondiali di calcio e sostituirlo con l’Italia.

«Vero. Penso che fosse una bella idea. Non mi hanno dato retta».

Ma il suo incarico di inviato di Trump lo ricevette direttamente dal presidente?

«Sì. Sono amico di Donald da trent’anni. Sono sempre stato leale. Quando mi ha dato questo incarico di inviato sapevo di dover rappresentare direttamente il presidente. Essere il portatore in Italia delle sue decisioni e dei suoi giudizi».

È contento del suo rapporto con Donald Trump?

«È il sogno di tutte le persone al mondo, credo, avere una relazione stretta col Presidente degli Stati Uniti, cioè col capo del pianeta».

I suoi amici cosa dicono di questa vicenda?

«Qui c’è Maurizio Miculan, mio avvocato e amico carissimo. Chieda a lui».

Avvocato, conosce bene Paolo?

«Siamo amici da più di dieci anni. Abbiamo un rapporto personale prima ancora che professionale».

Paolo come l’ha presa?

«Con amarezza ma con serenità».

Amarezza?

«Sì, nella consapevolezza di avere svolto nel migliore dei modi l’incarico che gli fu assegnato dal presidente, ma con tranquillità perché sa che questo provvedimento non è un giudizio di disvalore ma è solo la conseguenza di una evidente esigenza politica in seguito alla tensione tra lui e il dipartimento di Stato».

Dove nasce questo contrasto?

«Non glielo so dire con precisione. Credo che nasca dalla difficoltà di perimetrare un incarico».

Con Paolo i perimetri ho l’impressione chi funzionino poco...

«Ha ragione. Paolo è unico, ha una personalità vulcanica. È difficile arginare un fiume in piena».

Come ha reagito?

«Lealtà a Trump prima di ogni altra cosa».

Arriva un nuovo incarico?

«Questo non lo so. Immagino che Trump lo recuperi strada facendo».

Cosa farà in futuro Paolo?

«Di una cosa sono sicuro: non resterà disoccupato a lungo».