"Io, vignaiolo per caso, voglio raccontare una Sardegna diversa"

Il grande pubblicitario e la Cantina Mesa da lui creata nel Sulcis come atto di rivalsa

"Io, vignaiolo per caso, voglio raccontare una Sardegna diversa"

Vieni avanti creativo. Il mondo del vino consente anche incontri sorprendenti. Prendi Gavino Sanna, pubblicitario noto in tutto il mondo, vincitore di sette Clio, gli oscar americani dei copywriter. Un uomo iconico, visionario, il Salvador Dalì dello spot, perfino sottovalutato in Italia rispetto a quanto è riverito negli States. Di lui si ricordano tra le altre le campagne per Barilla («il primo spot durava due minuti, era un film sui sentimenti») e per Giovanni Rana («mi chiamò, non lo conoscevo, parlava mezzo in italiano e mezzo in dialetto e mi chiese: lei che fa? Mentre parlavo con lui già lo immaginavo negli spot con Gorbaciov e Cossiga»).

Da qualche anni Sanna è anche vignaiolo. La sua Cantina Mesa, oggi parte del gruppo Santa Margherita, si trova a Sant'Anna Arresu, nel Sulcis, ed è un luogo che racconta meravigliosamente la Sardegna, terra femmina, terra generosa, terra schiva. Qui si producono alcuni bianchi sapidi e iodati (i Vermentino di Sardegna Giunco e Opale, il Valli di Porto Pino Igt Galesa) e rossi carnosi e balsamici (i Carignano del Sulcis Buio e Buio Buio). Lui, Gavino (che meraviglioso nome, che annette la parola vino), si sottrae ai commenti tecnici («non avrei la possibilità nemmeno da formichina di darvi delle risposte. Di vino io non so niente. Io da ragazzino il vino non l'ho mai visto nemmeno a casa») ma è pieno di racconti e dettagli su come un creativo per eccellenza si trovi in questo mondo di mani nella terra.

Ecco, Sanna: come si è trovato a fare il vignaiolo?

«Per caso. Se dovessi presentarmi direi: io sono Gavino Sanna, un signore che ha fatto la pubblicità per ottant'anni. Poi un giorno mi sono stancato, tutto era cambiato. Allora una mattina che mi stavo facendo la barba, ho chiamato Lella (sua moglie, che non si stacca un nomento da lui, nda) e le ho detto: oggi vendo tutto agli americani e non ci torno più. Lei mi ha guardato un po' così ma l'ho fatto».

Sì, ma il vino?

«In quel periodo degli amici avevano pensato che io avessi bisogno di aiuto non avendo più il mio lavoro. Uno di questi mi ha chiesto se avessi avuto voglia di diventare vignaiolo».

E lei?

«Io pensai: vignaiolo io? Io non bevo, non ne capisco niente».

E allora?

«Mentre dicevo questo è scattato un senso di rivincita nei confronti di tutti i politici di questo Paese che dopo tutto quello che ho fatto, le mie campagne le conoscono tutti, per i miei ottant'anni non mi hanno chiamato nemmeno per fare un francobollo. Allora ho pensato in maniera forse un po' ingenua che se noi potevamo costruire una possibile Tiffany del vino in Sardegna allora la cosa poteva interessarmi. Mi risposero: lei può fare quello che vuole. Tac, fregato».

Non temeva un fallimento affrontando un campo di cui non sapeva nulla?

«Vede, io sono presuntuoso. E sono coraggioso. Voglio sempre provare qualsiasi cosa, naturalmente se mi interessa».

Che cosa ha messo della sua carriera di esteta e di narratore visionario?

«Ho voluto costruire una cosa talmente bella, sognata, come un regalo ai giovani di questa regione e di questo Paese. Inoltre volevo mostrare ai presidenti che si sono succeduti al governo di quest'isola che si poteva sognare la Sardegna in un modo diverso. Questi signori non mi hanno mai preso in considerazione anche se - e questo è buffo - ho curato la campagna degli ultimi quattro presidenti regionali, a prescindere dal colore politico. E di questo ho dovuto chiedere a volte scusa ai sardi».

I nomi dei vini sono evocativi. Sembrano storie.

«Lo sono. Mesa è un nome che evoca la Sardegna. Lo scelsi molti anni prima di avere un'azienda, quando un giorno andando a trovare il grande grafico Phil Marco a New York mi imbattei un'insegna con quella parola. Decisi che l'avrei usata, ma più bella. Quanto a Galesa è il modo in cui su una nostra rubrica abbiamo segnato un numero di telefono che abbiamo in comune io e mia moglie: Gavino, Lella, Sanna».

Le bottiglie sono inconsuete. Le ha pensate lei?

«Le bottiglie sono state create ispirandomi alle donne sarde, che non smetto di omaggiare. Quella piccolina (il passito Orodoro, nda) vuole ricordare loro, piccole e nere, che vanno a messa la domenica mattina».

E le etichette?

«Volevo tradurre in immagini i nostri meravigliosi tappeti sardi, che sono bianchi e neri. Però non mi piace fare il barroso. Perciò ho scelto etichette piccole. Qualcuno dice: un francobollo, ci hai messo. Sì, un francobollo, ci ho messo».

Un francobollo. Quello che l'Italia non gli ha dedicato.

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