Pena di morte. La teocrazia iraniana sventola l'arma più potente per tentare di fermare le proteste che ormai incendiano l'Iran da 14 giorni. Sarà perseguito come "nemico di Dio" chi scende in strada contro il regime, è l'avvertimento del procuratore generale Azad, braccio del potere islamista abituato all'uso del capo d'imputazione come pretesto per giustiziare gli oppositori. La polizia avverte i cittadini di prendersi cura dei propri figli, giovani e adolescenti, perché "per proteggere la vita e la proprietà delle persone, è all'ordine del giorno un'azione decisa e senza compromessi contro i rivoltosi". La Guida Suprema, l'ayatollah Ali Khamenei, ha posto anche le Guardie della Rivoluzione in uno stato di allerta più elevato rispetto a quello in cui si trovava durante la guerra dei 12 giorni di giugno scorso con Israele, riferiscono funzionari di regime al britannico Telegraph.
Messaggi inequivocabili. Sferzati dagli Stati Uniti di Donald Trump, che con le sue parole prova quanto l'amministrazione statunitense, dopo lo scetticismo iniziale, cominci a credere seriamente al cambio di regime in Iran. Il presidente americano prima rilancia un post del senatore repubblicano Lindsey Graham, tornando ad avvertire che "la brutalità contro il grande popolo iraniano non passerà inosservata". Poi si fa ancora più esplicito: "L'Iran sta guardando alla libertà, forse come mai prima d'ora. Gli Stati Uniti sono pronti ad aiutare!!!". Anche il segretario di Stato, Marco Rubio, insiste: "Gli Usa sostengono il coraggioso popolo dell'Iran".
La folla anti-regime in Iran intanto continua a sfilare di rabbia, fame vera e sete di democrazia, nonostante le minacce. Secondo la Bbc gli ospedali di Teheran e Shiraz sono "in modalità di crisi", con centinaia di pazienti feriti alla testa e agli occhi dalle forze dell'ordine con proiettili di gomma. Ma il regime, parzialmente frenato finora dalle minacce statunitensi, non esita a sparare proiettili veri. Secondo un medico che ha parlato al settimanale americano Time, in soli 6 ospedali di Teheran sono stati registrati almeno 217 manifestanti morti fino a giovedì sera. Numeri inquietanti, destinati ad aumentare man mano che la coltre della censura viene bypassata dagli iraniani anche grazie alla rete Internet satellitare Starlink, fornita da Elon Musk. Numeri che confermano i crescenti timori della dittatura per una rivolta che ha ormai assunto i connotati di una rivoluzione e che spingono anche il regista Jafar Pahani a dirsi "profondamente preoccupato per la sfacciata repressione".
Sono milioni gli iraniani in piazza, secondo il figlio dello Scià, Reza Pahlavi, costretto all'esilio dopo la Rivoluzione islamista del '79 e che sarà domani a Mar-a-Lago, in Florida, per un evento pro-Israele, senza che ci sia conferma di una visita a Trump. Molti degli iraniani che si riversano per le strade rispondono agli appelli alla protesta del principe, incluso l'ultimo che ha invitato i concittadini a nuove mobilitazioni nel week end e a uno sciopero generale nei settori chiave dell'economia, chiedendo loro di portare con sé la vecchia bandiera iraniana con il leone e il sole dei tempi in cui il padre Mohammad Reza Pahlavi era sovrano dell'Iran. La stessa bandiera dell'era ha sventolato brevemente anche sull'ambasciata iraniana di Londra, segno dell'appoggio di molti esuli alle rivolte. Tra i quasi 3mila arrestati in Iran (ma anche questi sono numeri parziali) non a caso ieri è comparso anche un cittadino straniero, di cui non si conosce ancora nome e nazionalità.
Il regime è sulle difensive e invia una lettera al segretario generale dell'Onu, Antonio Guterres, per denunciare le "ingerenze" e le "minacce" degli Stati Uniti in coordinamento con
Israele. Anche Benjamin Netanyahu ha spiegato infatti che "questo potrebbe essere il momento in cui il popolo iraniano si assumerà la responsabilità del proprio destino". "Le rivoluzioni - dice - si fanno meglio dall'interno".