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Ma in Iran tanti errori come Putin. E zero idee su come uscirne

Sottovalutati gli avversari. Ora il problema è dimostrare di aver vinto guerre assurde

Ma in Iran tanti errori come Putin. E zero idee su come uscirne
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A volte la Storia gioca brutti scherzi, personaggi che sulla carta dovrebbero essere lontani si ritrovano a condividere gli stessi ruoli, lo stesso destino in momenti e per ragioni diverse.

Vladimir Putin è in un cul de sac: non sa come finire una guerra che gli è costata tantissimo in vite umane (si parla addirittura di un milione di vittime) e in risorse economiche. Di fronte ad un tale spreco è obbligato a portare a casa un risultato che non possa essere paragonato neppure lontanamente ad una sconfitta: aveva iniziato il conflitto con l'Ucraina convinto che in poche settimane avrebbe instaurato un regime amico a Kiev e, invece, è stato risucchiato in un gorgo infernale e ora per salvare la faccia e non essere deriso in patria e nel mondo deve annettere almeno l'intero Donbass. Un obiettivo che persegue da anni e che alla luce dei sacrifici imposti al suo Paese appare pure modesto, ma al momento non è riuscito a piegare Kiev. Anzi gli ucraini negli ultimi mesi sono riusciti a riconquistare 400 chilometri quadrati di terra patria.

Come in un film già visto, Donald Trump sta percorrendo la stessa strada. Si è gettato mani e piedi insieme ad Israele nella guerra contro l'Iran, una mezza avventura dato che non aveva chiaro in testa a differenza di Netanyahu quale poteva essere l'epilogo: ha parlato di cambio di regime, di fine della minaccia nucleare, di resa, di petrolio. Ieri addirittura ha minacciato di cancellare la civiltà persiana. Un fiume di parole, ma intanto il regime - seppur decapitato - è ancora in sella. Dell'uranio arricchito non vi è certezza e i pasdaran continuano a lanciare missili e droni contro Israele, i Paesi del Golfo e le basi Usa della regione. Nel frattempo le spese del conflitto per gli Stati Uniti sono arrivate alle stelle, ma soprattutto l'Iran, dopo aver minacciato venti volte dal 1979 ad oggi il blocco dello stretto di Hormuz, questa volta lo ha attuato davvero. Risultato: siamo alle prese con la peggior crisi energetica degli ultimi trent'anni, il petrolio ha superato i 110 dollari a barile e il presidente Usa non ha idea di come possa chiudere - senza coprirsi di ridicolo - un conflitto che lo ha isolato a livello internazionale.

Appunto, due destini incrociati ai quali è appeso il futuro del mondo. Soprattutto, la storia di due imprese improntate al pressappochismo, all'assenza di visione e ad una scarsa capacità di previsione. Il piatto piange sia per Vladimir, sia per Donald e tutti e due probabilmente alla fine dovranno inventarsi un bilancio positivo ricorrendo alla peggiore propaganda. Entrambi l'hanno fatta facile contando sulla propria forza, dimenticando che anche le nazioni più piccole hanno un'anima ed è un errore madornale ignorarla, addirittura insultarla sottovalutando lo spirito nazionalista delle vittime. Putin con la sua scellerata guerra ha trasformato l'Ucraina in una nazione. Trump rischia di ridare lustro ad un regime teocratico, fuori dal tempo, feroce, agonizzante.

In questo clima di guerra, le bombe della Casa Bianca hanno spazzato via le manifestazioni degli oppositori, non gli ayatollah. Hanno trasformato gli aguzzini in martiri agli occhi della maggioranza silenziosa che appoggia i despoti di Teheran. Spero di sbagliarmi, ma non vedo insurrezioni in Iran mentre aumentano le impiccagioni e l'opposizione è disorientata: ieri il regista iraniano Ashar Farhadi, vincitore di due Oscar ed esule dal 2023, ha lanciato un appello contro i bombardamenti Usa sulle infrastrutture civili.

Trump ha fatto un errore di valutazione puntando tutto sulle portaerei più grandi del mondo, sugli aerei più formidabili del mondo e sui missili più precisi del mondo: la verità è che i pasdaran intrisi di religione sono disposti a morire, mentre Donald non può rischiare la vita dei marines se non vuol fare arrabbiare la sua base

elettorale. Già, Trump ha un problema in più di Putin: lui governa una democrazia, l'altro è a capo di una dittatura. Il fantasma del Vietnam ancora aleggia su Washington, mentre quello dell'Afghanistan volteggia sul Cremlino.

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