Israele, Emirati e Bahrein da Donald: la pace cambia il volto al Medioriente

Lo storico incontro alla Casa Bianca. Ma dall'Oman al Kuwait, tutto il mondo arabo guarda con interesse ai nuovi equilibri

Israele, Emirati e Bahrein da Donald: la pace cambia il volto al Medioriente

Chiamiamola pace, chiamiamola normalizzazione, non è molto importante: l'accordo che viene siglato oggi da Israele, Emirati, Bahrein con la mallevadoria del presidente americano segna una transizione storica che rispecchia il grande mutamento delle società arabe, travolge le vecchie dinamiche, può cambiare il mondo. C'è molta difficoltà a riconoscerla per quella che è perchè Trump e Netanyahu non raccolgono i consensi della stampa internazionale, e perché i palestinesi hanno ricevuto persino un rifiuto della Lega Araba alla richiesta di condannare la pace. Ma è storia, è finalmente il ponte fra religioni monoteiste quello che vediamo oggi: Israele si integra finalmente nella narrativa positiva del luogo, fra sorrisi e strette di mano diventa uno stato mediorientale riconosciuto, viene integrato fra le dune dei deserti, le montagne, le coste mediterranee, i boschi, le città. Gli aerei potranno volare, i cittadini viaggiare, le acque scorrere, la medicina essere condivisa con l'high tech e l'agricoltura.

Gli spazi geografici investiti dalla speranza del cambiamento sono vasti, il fatto che l'Arabia saudita abbia aperto lo spazio aereo accorcia la distanza fra Israele, il Mondo Arabo, l'Oriente, il resto del mondo. L'Oman manda un messaggio di soddisfazione come l'Egitto. L'Arabia Saudita è soddisfatta, il Kuwait sempre molto cauto si affaccia, perfino il Qatar, amico dell'Iran e di Hamas, gioca su due tavoli. È una pace che cambia le carte in tavola. In lista per una prossima pace ci sono già oltre all'Arabia Saudita, l'Oman, il Marocco, e anche il Sudan, il Ciad, e persino il Kosovo, paese musulmano, vuole aprire un'ambasciata a Gerusalemme.

Tutti i comunicati ufficiali di soddisfazione che promettono una prossima adesione al trattato invocano la speranza che i palestinesi alla fine torneranno a essere parte del gioco. Di fatto quando Mohammed bin Zayed principe della corona degli Emirati ha deciso per l'accordo, lo ha fatto dopo la rinuncia israelo-americana a parlare di sovranità israeliana come prevede il primo piano Trump. Ancora si aspetta un ovvio segno di soddisfazione di Abu Mazen, che invece seguita a parlare di tradimento e di abbandono in coro con Iran, Hezbollah, Turchia e chiunque sia pronto a disegnare uno schieramento bellicoso. Il capo di Hamas Ismail Hanije è andato in Libano a dichiarare guerra al piano insieme agli Hezbollah, ha annunciato la costruzione in loco di missili intelligenti di Hamas, e i giornali libanesi hanno denunciato il suo tentativo di «distruggere il Libano» facendone la sede di una guerra che i cittadini non vogliono. Non è tardi per i palestinesi e per uscire dal comodo e disastroso guscio che li ha resi padroni di tutti i veti, che nel Medio Oriente nazionalista e poi islamista che li ha resi signori di ambedue le tradizioni che oggi stanno tramontando. Il Medio Oriente è vissuto di miti e leggende, ma ormai sono finiti per una grande parte di questo mondo il panarabismo, le tensioni tribali e settarie, la corruzione e la violenza cariche di minaccioso silenzio, l'islamismo usato come arma sostitutiva del panarabismo sconfitto, tutto questo castello subisce una sonora sventola dall'evidente entusiasmo per un futuro normale, e anche per più conoscenza di questo marziano relegato sul pianeta «Malvagità» che Israele è diventato nella fantasia comune. Adesso dunque da una parte c'è la normalizzazione, riconosciuto da nuove leadership asiatiche e africane (anche fra i palestinesi ne cresce una nuova che odia la corruzione e l'incitamento terrorista) e dall'altra l'asse Teheran-Ankara e i loro amici, squadre, soldati, «proxy» che sono pronti alla guerra. Solo alla guerra, e certo non per salvare i palestinesi. Ma noi europei dovremmo sapere riconoscere la pace dalla guerra, e invece sembra proprio che non sia così, se è vero che saranno poche le nostre delegazioni.

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