"Signor Ambasciatore, vogliamo mettere il suo paese sotto processo". È la mattina di mercoledì scorso, 1 aprile, quando Augusto Massari, ambasciatore italiano nei Paesi Bassi, viene convocato negli uffici della Corte penale internazionale, il tribunale internazionale dell'Aja, nato per processare i criminali di guerra. Ma stavolta la Cpi vuole portare a giudizio l'Italia per una decisione tutta politica: la scelta di riconsegnare al governo libico, anziché all'Aja, il generale Najeem Osema Almasri, ricercato dalla Corte per crimini contro l'umanità, fermato dalla Digos a Torino il 19 gennaio 2025. Almasri venne espulso "per motivi di sicurezza nazionale" e imbarcato due giorni dopo su un aereo dei nostri servizi segreti, destinazione Tripoli. Per quella decisione, la Procura di Roma ha cercato senza riuscirci di portare sotto processo i ministri della Giustizia e degli Interni, Carlo Nordio e Matteo Piantedosi. In Italia, il processo al governo non si farà. Ma a colmare la lacuna vuole provvedere la Cpi.
La decisione è stata annunciata ieri con un comunicato della Corte dell'Aja, che oltre alla convocazione del rappresentante italiano comunica l'avvio dell'ultima fase dell'inchiesta contro l'Italia. Il Bureau della Corte, in cui siedono 21 dei 125 paesi che ne riconoscono la giurisdizione, ha deciso di sottoporre il comportamento del governo italiano all'Assemblea degli Stati. È l'ultimo passaggio dell'iter avviato già in ottobre dalla Camera preliminare che aveva deciso di accusare l'Italia di avere violato, non consegnando Almasri all'Aja, i doveri di rispettare le decisioni della Corte. Per due volte il governo italiano ha fornito le sue spiegazioni, davanti alle quali la Camera si è spaccata, ma ha poi deciso a maggioranza di deferire l'Italia per non avere collaborato a incarcerare e processare Almasri nella capitale olandese. L'Italia viene anche accusata di non avere fornito garanzie che episodi simili non avranno a ripetersi, "qualunque sia il paese di provenienza del ricercato". Il nostro governo d'altronde aveva spiegato che è sua intenzione collaborare con la Cpi ma "all'interno degli interessi di sicurezza nazionale e della posizione geopolitica dell'Italia": una precisazione che all'Aja non hanno apprezzato. Ma ancora meno avevano probabilmente apprezzato le spiegazioni fornite in Parlamento già nel febbraio dell'anno scorso dal ministro Nordio, secondo il quale il mandato di cattura spiccato dall'Aja contro il generale libico era un pasticcio pieno di dati contrastanti, "incoerente e assolutamente nullo".
L'annuncio da parte della Corte internazionale arriva in contemporanea con la decisione della Procura di Roma di chiedere il rinvio a giudizio dell'unica indagata ancora a sua disposizione, l'ex capo di gabinetto della Giustizia Giusi Bartolozzi. Dopo che il Parlamento ha rifiutato l'autorizzazione a procedere nei confronti di Nordio e Piantedosi, nonché del sottosegretario Alfredo Mantovano, coperti da immunità per avere agito per interesse nazionale, la Procura avrebbe potuto appellarsi alla Corte Costituzionale: ma non lo ha fatto, preferendo concentrarsi sulla Bartolozzi, incriminata per falsa testimonianza per le sue dichiarazioni durante le indagini.
Obiettivo: processare indirettamente l'intero governo per la sua gestione del caso Almasri. Ma la maggioranza si prepara - il voto in aula è previsto per la prossima settimana - a chiedere alla Consulta che l'immunità dei ministri si estenda anche all'ex braccio destro del ministro Nordio.