L'Angelo di Vermicino: "Fate presto o finiranno come il mio Alfredino"

Nel 1981 si calò nel pozzo per tirare su il bimbo incastrato, ma non riuscì a salvarlo

L'Angelo di Vermicino: "Fate presto o finiranno come il mio Alfredino"

«Guardo i 12 ragazzini intrappolati nella grotta e penso al mio Alfredino... Spero che almeno loro si salvino. Con tutte le tecnologie disponibili oggi sarebbe gravissimo ripetere gli errori del passato. Si deve intervenire presto e bene. Non come a Vermicino dove regnavano caos e pressapochismo».

Angelo Licheri, 75 anni, è l'«Angelo di Vermicino», lo scricciolo d'uomo (ma forte nel carattere più di un gladiatore) che nel 1981 si fece calare per 60 metri nel cunicolo maledetto in cui era precipitato Alfredino Rampi, 6 anni. Un'intera nazione sperò di recuperarlo con la forza degli sguardi incollati al piccolo schermo durante una paradossale diretta no-stop durata 18 ore. E mentre un bimbo stava morendo, nasceva la tv del dolore. Milioni di italiani erano diventati un tutt'uno con il televisore. Ma uno solo si alzò dal divano correndo sul luogo della tragedia: lui, Angelo, un sardo trapiantato a Roma, alle spalle mille mestieri («Un solo mestiere non ho mai fatto: il ladro»). Arrivato sul posto, Licheri urlò ai soccorritori che traccheggiavano: «Ora mi avete rotto i coglioni... vado giù. Devo prendere Alfredino». Oggi Angelo, 75 anni, vive in una casa di riposo vicino Nettuno (Roma), ha grossi problemi di salute. Ma la sua voce è ferma.

Angelo, cosa provi vedendo i sorrisi, sempre più flebili, dei baby calciatori intrappolati nella grotta?

«Ricordo la voce, quasi impercettibile, di Alfredino. Si lamentava, povero bimbo».

Arrivasti a toccarlo.

«Sì. Sfiorai i suoi occhi con le punte delle mie dita. Io ero in verticale a testa in giù. Lui era incastrato e ricoperto di terra».

Riuscisti a parlargli?

«Sì, gli dissi che gli avrei regalato una bella bicicletta».

Alfredino rispose?

«No, aveva le palpebre ricoperte di terra. Io provai a pulirgliele. Poi lo imbragai e detti il segnale per tirare su la corda da cui penzolavo».

Ma le cose non andarono bene.

«No. Lo strattone fu troppo violento. Io avevo preso Alfredino per un polso. Sentii crack: l'osso del bimbo si era spezzato. Quel rumore mi perseguita. Ancora oggi avverto come un senso di colpa».

Perché?

«Ero lì per salvarlo. E invece, involontariamente, avevo aggiunto sofferenza a sofferenza».

Poi cosa successe?

«Dovetti mollare la presa. Gli lanciai un bacio».

Ti capita di ripensare ad Alfredino

«Per anni l'ho sognato. Ora non più. Ma il suo ricordo è parte di me, della mia mente, del mio cuore, della mia anima».

Sandro Pertini era davanti al pozzo, cosa ti disse?

«Non parlai col presidente. Ero lì per salvare un bimbo, non per farmi pubblicità».

C'era scetticismo attorno alla tua «immersione»?

«Molti dei soccorritori erano incompetenti. C'era tantissima confusione. Tantissimi curiosi che non dovevano essere lì. Solo a me fecero un sacco di domande. Non volevano farmi passare. Allora mi arrabbiai: Mi avete stufato... ora mi fate andare in fondo al pozzo. Subito!».

Come facesti a convincerli?

«Mi spacciai per un amico di Elvio Pastorelli, il comandante dei Vigili del fuoco che coordinava le operazioni».

E loro ci credettero?

«A uno dei militari che aveva bloccato gridai a muso duro: Vai da Elvio e digli che è arrivato Angelo. Appena lui si mosse per andare da Pastorelli, io mi infilai nell'area off limits attorno al pozzo e comincia a spogliarmi».

A spogliarti?

«Il cunicolo era strettissimo. Anche i pochi millimetri del tessuto degli abiti potevano rivelarsi decisivi».

E scendesti sottoterra così, praticamente nudo, senza protezioni?

«Avevo addosso solo canottiera e pantaloncini. Quando mi ritirarono in superficie il mio corpo era pieno di graffi e tumefazioni».

Ma la ferita più dolorosa era un'altra...

«Quella di aver lasciato laggiù Alfredino. Per questo chiesi perdono anche alla mamma».

Ogni anno ricordate insieme quel drammatico 13 giugno di 37 anni fa.

«Sì. Alfredino è diventato un simbolo del bene. Il suo nome e il volto sorridente non dovrà mai essere dimenticato».

Anche l'«Angelo di Vermicino» non deve essere dimenticato.

«L'affetto che sento attorno a me è commuovente. Voglio ringraziare soprattutto l'avvocato Mauro Riccioni che quando era sindaco di Gagliole (Macerata) mi ha attribuito la cittadinanza onoraria per il mio gesto di generosità verso Alfredino. Riccioni è diventato mio amico. Lui si interessa a me e io lo stimo perché è un politico che interpreta il ruolo di amministratore con spirito di servizio per i cittadini. Di questi tempi un'autentica rarità».

Il tuo desiderio più grande?

«Avere meno problemi di salute. E poi, quando arriverà la mia ora, abbracciare Alfredino. E portargli quella bicicletta che gli avevo promesso».

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