Prima la presa di posizione contro le mire espansionistiche di Washington in Groenlandia e il "no" ai dazi per i Paesi che hanno partecipato all'esercitazione militare nell'isola artica. Poi il "ni" all'ingresso nel Board of peace per Gaza (quello italiano è un "no" che lascia aperto qualche spiraglio) e infine lo "stupore" per le "affermazioni non accettabili" sul contributo dei Paesi Nato in Afghanistan. Nelle ultime settimane sono state diverse le occasioni in cui Giorgia Meloni ha preso le distanze da un Donald Trump che con la sua politica di potenza è deciso a scrivere un nuovo ordine mondiale, tutti distinguo in cui la premier ha scelto di muoversi in maniera più critica rispetto alla costante modulazione con cui in quest'ultimo anno ha gestito il suo rapporto con il presidente americano.
Meloni, infatti, resta convinta che l'unico modo per relazionarsi con Trump sia quello di privilegiare il realismo alle reazioni di pancia. Un approccio che in Italia le è valso diverse critiche dall'opposizione che accusa il governo di essere "subalterno" agli Stati Uniti, ma che poi è molto simile a quello del cancelliere tedesco Friedrich Merz. Entrambi, infatti, hanno volutamente scelto di non usare i toni ruvidi del francese Emmanuel Macron o del canadese Mark Carney (ma il Canada, a differenza dell'Ue, non è dipendente da Washington in quanto a difesa). E lo hanno fatto non perché non siano consapevoli di quanto possa essere bugiardo, imprevedibile e pericoloso Trump (circostanza che a taccuini chiusi confermano quasi tutti gli esponenti di Fdi), ma per una scelta di realpolitik. L'obiettivo, infatti, è muoversi seguendo un doppio binario: tenere l'Europa unita ed evitare un'escalation con gli Stati Uniti. Con ricadute sul fronte economico e commerciale che penalizzerebbero sì Washington, ma avrebbero pesanti conseguenze anche sull'Europa. Insomma, combattere vis-à-vis la rivoluzione trumpiana rischia di essere controproducente e, almeno per il momento, la strategia migliore è quella di provare ad assorbirla.
Il tutto mettendo in chiaro quali sono i confini oltre i quali non si può andare, ma con prese di distanza che evitino di trasformarsi in veri e proprio strappi. Così è andata per la Groenlandia e anche per il Board of peace, sul quale l'Europa - a parte l'adesione di Bulgaria e Ungheria e il "no" di Francia e Spagna - ha sostanzialmente preso tempo. E allo stesso modo è andata con la sortita di Trump a proposito di un presunto disimpegno dei Paesi Nato in Afghanistan (dove sono caduti 53 militari italiani e 700 sono rimasti feriti).
Di fondo, resta la consapevolezza che Trump è deciso a cambiare drasticamente gli equilibri geopolitici come li abbiamo conosciuti negli ultimi ottant'anni. Mettendo peraltro fine a una bugia che ci siamo raccontati per decenni, quella degli Stati Uniti che garantivano l'ordine mondiale senza in cambio pretendere e ottenere una sudditanza economica e strategica da parte dell'Europa e dello stesso Canada. Ed è questa la ragione per cui Meloni - ma anche Merz e il britannico Keir Starmer - insistono per muoversi con prudenza ed evitando reazioni scomposte. In una prospettiva non di "rottura", termine utilizzato a Davos da Carney, ma di una "transizione". Durante la quale l'Ue dovrà necessariamente compattarsi e farsi sempre più carico diretto della difesa dei suoi confini, oltre che guardare a nuovi mercati.
Non è un caso che il Canada, che con gli Stati Uniti condivide il confine più lungo del mondo, abbia deciso di firmare un accordo commerciale addirittura con la Cina. Mentre l'Unione europea, dopo il Mercosur, è ora a un passo dal sottoscrivere un'intesa per la libera circolazione delle merci con l'India. È in negoziazione da venti anni, ma oggi è più vicino che mai.