L'assist francese all'Italia. "I vostri terroristi rossi come quelli del Bataclan"

Mercoledì prima udienza, affondo del ministro Dupon-Moretti. Ma i legali: "Processi da rifare"

L'assist francese all'Italia. "I vostri terroristi rossi come quelli del Bataclan"

Mutata la «consapevolezza» politica - parola chiave con cui il governo francese ha scelto di scardinare l'approccio utilitaristico alla dottrina Mitterrand - tocca guardare i dossier dei 10 ex terroristi da estradare: caso per caso, pratica per pratica. A farlo saranno i giudici d'Oltralpe, da mercoledì, con gli occhi della Francia di oggi. E cioè di un Paese che nei decenni scorsi esaminava quasi con sconcerto condanne in contumacia, e che invece nel 2021, vivendo il terrorismo in casa, ha cominciato a comprendere - e a fare propria - la necessità di dare giustizia alle vittime istituendo processi anche in assenza dell'imputato.

È stato il tribunale speciale per gli attentati del gennaio 2015, quelli contro il settimanale Charlie Hebdo e l'Hyper Cacher, a condannare a 30 anni di reclusione, per esempio, Hayat Boumeddiene, la compagna del killer del supermarket, Amedy Coulibaly. Giudicata in contumacia (perché in fuga dai giorni delle stragi), la condanna ha rispecchiato le richieste dell'accusa, che in due mesi di processo (settembre-dicembre 2020) ha dimostrato il suo «ruolo» nella preparazione degli attacchi, prima che riparasse in Siria in anticipo rispetto alla devastante entrata in azione in Francia dei terroristi.

Ieri è stato il guardasigilli Éric Dupond-Moretti a rincarare la dose: «Se i terroristi del Bataclan fossero fuggiti da quarant'anni in Italia, cosa avremmo detto? Lo avremmo accettato?». Lo domanda al leader dell'estrema sinistra Jean-Luc Mélenchon, tacciato di «vecchio gauchismo con una morale curiosa», ché difende ancora la dottrina Mitterrand. E, con essa, i cavilli con cui Irène Tirrel, legale di sei ex terroristi italiani riparati Oltralpe, punta a scongiurare l'estradizione: «Sono già in libertà, abbiamo molti argomenti e li useremo tutti».

L'analogia tra jihadisti e protagonisti degli anni di piombo è però inedita (e forse provvidenziale). Inquadra in una nuova luce la fuga nell'Esagono di ex brigatisti (e non solo) condannati per «crimini di sangue». E la mutata sensibilità «politica» transalpina può avere un peso per le toghe, nel leggere (o rileggere) le carte tradotte da Roma.

I super-avvocati delle 9 «ombre rosse» sembrano intenzionati a giocare sporco. Per scongiurare l'estradizione, ora annettono «motivazioni giuridiche e non politiche»: per esempio per l'ex colonna milanese delle Br Sergio Tornaghi, 63 anni, già comparso due volte alla Camera dell'Istruzione di Parigi che all'epoca rigettò la sua estradizione, che dovrebbe scontare l'ergastolo per l'omicidio del manager Renato Briano; o su Narciso Manenti, 64 anni, anche lui arrestato mercoledì, sul cui dossier la Francia aveva espresso dubbi sulle prove testimoniali. Nonostante sia stato condannato all'ergastolo nel 1986 per l'omicidio del carabiniere Giuseppe Gurrieri a Bergamo il 13 marzo 1979, Manenti non ha scontato un giorno di carcere, protetto dalla «dottrina» (di cui non c'è traccia nei codici) e dalla valutazione francese, il cui ordinamento in passato non ha riconosciuto l'istituto della contumacia.

Macron ha messo le cose in chiaro: il «contesto cambiato» obbliga Parigi ad agire affinché le decisioni dei tribunali «vengano eseguite». L'Eliseo si è schierato con le richieste di Mario Draghi e Marta Cartabia. E anche sul latitante 63enne Maurizio Di Marzio - l'ultimo delle diedci «Ombre» a mancare all'appello - si lavora a una soluzione. Se non si acciuffa entro il 10 maggio, quando scatterà la prescrizione, si punta a dare «valore sospensivo» al mandato d'arresto emesso il 28 aprile. Dichiarare il fuggitivo «delinquente abituale», si presterebbe a obiezioni. E ce ne sono già troppe sul piatto.