Ci sarebbe stata, da quanto si apprende, l'ipotesi che anche Valter Lavitola (foto) fosse in partenza per il Camerun, come il suo braccio destro, Gomes Clesio Tavares, che ha lasciato l'Italia dopo l'attentato a Sigfrido Ranucci dello scorso 16 ottobre, e che si trova tuttora nello Stato africano. E la possibilità che Lavitola - indagato come presunto mandante della bomba, ma a piede libero - lasciasse il Paese potrebbe aver accelerato le mosse degli inquirenti, comprese le perquisizioni eseguite nei giorni scorsi dai Carabinieri nel nucleo investigativo di Roma, che gli hanno sequestrato tre telefonini, due pen drive e sette fogli di appunti che ora saranno analizzati alla ricerca di riscontri. Una necessità, quella di accorciare i tempi, finalizzata ad acquisire i dispositivi prima di una sua eventuale partenza, visto che in passato l'ex imprenditore, coinvolto in varie vicende giudiziarie è stato anche latitante tra Panama e Argentina. Perché un viaggio in Camerun? Lavitola, come da lui stesso dichiarato in questi giorni, lavorava a un business sui carbon credit con il suo factotum camerunense. Per ora, pur di fronte ad accuse pesanti, strage aggravata dal metodo mafioso, i magistrati non hanno ritenuto di richiedere una misura cautelare. Che non significa necessariamente mancanza di solidità degli indizi raccolti. Ma anche un modo per non inficiare le indagini in corso, e rischiare di perdere eventuali reazioni del contesto e delle persone coinvolte alle sollecitazioni dell'inchiesta. Perché tutto in questa fase può restituire elementi utili.
Ma è Clesio Tavares l'uomo chiave di questa storia tanto incredibile quanto ancora incerta. Quello che Valter Lavitola dice di considerare "come un figlio", che gli fa da autista e pure da partner in affari. Ma che è anche, secondo i pm, l'intermediario che avrebbe agganciato la banda avellinese che avrebbe piazzato la bomba davanti alla casa di Ranucci. Gli inquirenti sono convinti che il 47enne, un passato da bodyguard nel napoletano, avrebbe agito su mandato del suo punto di riferimento, Lavitola. Ed è il camerunense l'anello di congiunzione nelle indagini tra gli esecutori materiali e l'ex editore, diventato prima fonte poi amico stretto di Ranucci. Lavitola ha negato di aver fatto "fuggire" il suo braccio destro e ha riferito di abituali rientri del suo collaboratore nel proprio Paese.
Ma sarebbe solido per gli inquirenti il perimetro dei contatti tra il camerunense e la banda formata da Pellegrino D'Avino, la compagna Marika De Filippis, Saverio Mutone, e Antonio Passariello, quest'ultimo con precedenti. Personaggi, come emerge dalle intercettazioni, già avvezzi all'uso di esplosivi e ad azioni intimidatorie su commissione. E D'Avino, durante l'arresto, avrebbe detto al suocero di avvisare Tevares affinché avvisasse "quell'altro", per i pm Lavitola. Il suo avvocato Sergio Cola nega che l'ex imprenditore fosse a conoscenza dei rapporti del suo factotum con il gruppo di Avellino. Resta il dubbio su cosa ci facessero entrambi il 15 settembre nei pressi dell'abitazione di Ranucci, come rivelano le celle telefoniche.
Lavitola, ha spiegato ancora il suo legale, quella stessa sera sarebbe partito per l'Argentina. Il giornalista continua a non credere all'idea dell'amico mandante di una bomba pensata per fargli una sorta favore, in vista di un progetto politico. "Sapeva bene che non mi sarei candidato", precisa.