L'Avvocato d'affari e il Gianburrasca

Due personaggi più diversi, e più lontani, non potrebbero esistere. Da una parte c'è Giuseppe Conte, che interpreta il ruolo presidente del Consiglio, riadattando alla politica il mestiere di avvocato d'affari.

L'Avvocato d'affari e il Gianburrasca

Due personaggi più diversi, e più lontani, non potrebbero esistere. Da una parte c'è Giuseppe Conte, che interpreta il ruolo presidente del Consiglio, riadattando alla politica il mestiere di avvocato d'affari. Non dice mai di «no» a nessuno, un'abitudine che in questi frangenti è garanzia di sopravvivenza. Altrimenti sarebbe impossibile tenere insieme la follia grillina, l'ideologia piddina, l'insofferenza di Italia Viva e, financo, il pragmatismo del Cav. Tanti «sì» che si perdono in decreti o Dpcm lunghi una quaresima, densi di articoli e di commi, che somigliano a quei contratti scritti con caratteri piccolissimi che contengono la fregatura nella penultima clausola: le parole date, le promesse del Premier, sono reinterpretate nei provvedimenti con il lessico oscuro dell'Azzeccagarbugli; nel contempo gli effetti sulla realtà, basta chiederlo a negozianti e imprenditori, sono quasi nulli. Per cui quei «sì» equivalgono, nei fatti, a tanti «no». Risultato: il Paese, anche nell'emergenza, è sostanzialmente fermo; mentre il premier sulla Fase 2, sulle App, sul Mes si attarda in un amletico «to be or not to be», perché in fondo all'Avvocato d'affari interessa solo una cosa, mantenere lo studio a Palazzo Chigi. Visto che di paragoni nella galleria democristiana del passato ne sono stati sprecati tanti, più che Aldo Moro (complice il Covid-19 si è arrivati a tanto) o Giulio Andreotti, Conte ricorda, ovviamente in miniatura, un doroteo come Mariano Rumor.

Matteo Renzi, invece, che almeno da piccolo le atmosfere della Dc le ha respirate davvero, è costretto a recitare, suo malgrado, la parte del Gianburrasca. Non che gli dispiaccia. Anzi. «Vedrete che ora su Bonafede - si diverte Conte lo faccio ballare per una settimana». Ma in questo caso è quasi obbligato a farlo perché nel Palazzo è tra i pochi a capire che di questo passo si andrà sbattere e molti si faranno male. Basta guardare ai sondaggi, non quelli sui partiti che lontani dalle urne contano poco, quanto la percentuale di quelli che non vogliono votare per nessuno (il 40%) e l'indice di fiducia verso i politici, compresi i grillini, che per la maga Ghisleri è sotto il 5%: più o meno la stessa percentuale che c'era quando un comico si mise in testa di lanciare un movimento di baluba con la parola d'ordine del «vaffa», ritrovandoselo dopo qualche anno al governo. Insomma, ci sono le condizioni ottimali per un'altra avventura del genere, bisogna vedere solo sotto quale segno. Se questa è l'aria che tira l'ex premier rischia di ritrovarsi tra l'incudine e il martello: nel caso il Governo (ipotesi remota) riuscisse a fronteggiare la crisi, Conte salirebbe su un piedistallo; in caso contrario il leader di Italia Viva verrebbe accomunato al fallimento.

Così all'insofferenza caratteriale, Renzi somma l'insofferenza figlia di una preoccupata, per non dire tragica, analisi della realtà. Messa così ci sarebbero tutte le condizioni per dire addio a Conte, ma c'è un «però» grosso come una casa, che non riguarda lui ma gli altri giocatori. «Tutti ha spiegato ai suoi a bassa voce dicono basta Conte. Mentre ad alta voce dicono teniamoci Conte. Tutti avrebbero dovuto tirare giù le carte, dire quello che pensano. E, invece, vogliono che lo faccia solo io. Berlusconi più o meno lo appoggia, la Meloni non ci pensa proprio a dire dire si ad un altro governo. Con Salvini ci si intende meglio, ma ha anche lui le sue contraddizioni. Alla fine tutti vogliono che io sostenga Conte per sparargli addosso».

Questa è l'idea che si è fatta l'ex premier in queste settimane valutando quotidianamente le mosse degli altri. Il Cav ha additato al pubblico ludibrio i «giochi di Palazzo» renziani, dimenticando, però, che da Giolitti in poi, passando per Moro e Berlinguer, arrivando a Craxi o a D'Alema, li hanno fatti un po' tutti, perché sono l'essenza della democrazia parlamentare. Il presidenzialismo sicuramente offre maggiore stabilità, ma se ti becchi un Presidente che per combattere il Covid-19 ti consiglia di bere il disinfettante, non ci sono santi, te lo tieni lo stesso per quattro anni. Nel nostro sistema hai l'opportunità di cambiare premier o governo se non sono all'altezza, o se non danno risultati (il governo Conte si sposa perfettamente con questa casistica). Solo che devi avere il coraggio di farlo, un coraggio che in molti non c'è: Giorgetti invia messaggi in bottiglia con dentro il nome di Draghi, ma, per ora, invece di risalire il Tevere, finiscono in Groenlandia visto che Salvini pensa più a far la guerra a Zaia. E l'assenza di «sponde», fa passare tra i renziani la voglia di «crisi». «Mattarella osserva Davide Faraone ci gioca contro. Il Cav interloquisce con Conte. Salvini e Meloni ci chiedono di buttarlo giù, con il retropensiero non di un nuovo governo, ma delle urne. Messa così, è evidente che non ci assumeremo per ora la responsabilità di una crisi. Non saremo i Bertinotti 2.0».

Motivo per cui Renzi è tornato a giocare da solo. Ha tirato fuori l'idea di un «contratto» alla tedesca, un documento politico, dove dovrebbero esserci una serie di punti: dal piano shock per le grandi opere, a una riforma della famigerata legge sulla prescrizione voluta da Bonafede, dal Mes agli immigrati. «In fondo osserva il contratto è nella liturgia grillina e piace a molti nel Pd». E intanto ha chiesto di rinviare la mozione di sfiducia a Bonafede di una decina di giorni. Insomma, guadagna tempo. In più se Conte accetterà l'idea di impegnarsi in un documento chiaro, fatto di punti definiti, e non su dpcm o decreti bizantini, il segretario mette i presupposti vista l'allergia del premier a far seguire alle parole i fatti - per aprire una crisi se non oggi, magari a settembre. Del resto il suo vero alleato non sono Salvini e Berlusconi, ma l'incapacità quotidiana di Conte e dei suoi ministri e la rabbia che sale nel Paese. Ad esempio, se dopo aver giocato con la prescrizione, non aver preparato le carceri per far fronte all'epidemia, aver subito una rivolta nelle carceri con 13 morti, la «tarantella» dei mafiosi dentro e fuori dal carcere avesse come epilogo il ritorno di alcuni alla latitanza, il ministro della Giustizia non potrebbe salvarlo neppure Mattarella. «È l'incubo spiega Renzi ai suoi per cui i grillini vorrebbero chiudere il caso Bonafede subito. Ma io no».

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