da Roma
Ieri Matteo Salvini ha deciso di tornare sull'ipotesi delle elezioni anticipate, uno scenario ventilato dal leader della Lega mercoledì e prontamente corretto in corsa poche ore dopo. Perché, spiega il vicepremier all'Adnkronos, "le parole non vanno interpretate". "Ho detto lavoriamo fino all'ultimo giorno utile. E alla domanda se la situazione internazionale complica il lavoro rispondo di sì. Ma io - aggiunge Salvini assicurando di escludere l'ipotesi di voto anticipato - non mollo mai e fino all'ultimo giorno vado in ufficio e lavoro". Un modo, insomma, per provare a chiudere definitivamente la querelle aperta ventiquattrore prima a Trento, con tutte le opposizioni a puntare il dito contro un governo che si sentirebbe a fine corsa.
In verità, al netto di Salvini e degli incidenti parlamentari come quello di martedì in Senato sulla mozione sull'energia, non solo dentro Fratelli d'Italia, ma anche tra le fila di Forza Italia la convinzione è che si arriverà alla fine della legislatura. Magari con qualche scossone e con altre scivolate parlamentari causata da questa o quella "manina". Il vero nodo da sciogliere, invece, è se si arriverà alla scadenza naturale, con il voto a settembre come nel 2022 oppure se si deciderà di anticipare alla primavera, ma prima delle amministrative che - andando al voto città come Roma, Milano, Napoli e Torino - saranno una tornata elettorale quasi certamente favorevole al centrosinistra.
Due scenari sui quali pesa, inevitabilmente, il dibattito in corso nella maggioranza sulla riforma della legge elettorale. Con la legge attuale, infatti, l'ipotesi di un pareggio o quasi pareggio - e dunque di tempi lunghi per la formazione del prossimo governo - è piuttosto alta e se si votasse a fine settembre si rischierebbe seriamente di arrivare troppo a ridosso del 31 dicembre per chiudere senza problemi la legge di bilancio. Insomma, in quel caso l'ipotesi del voto in primavera prenderebbe decisamente quota. Diverso, invece, se davvero si arrivasse ad approvare una nuova legge elettorale come vorrebbe Giorgia Meloni. Il proporzionale con premio di maggioranza, infatti, garantirebbe un risultato chiaro dal punto di vista dei numeri in Parlamento e, dunque, una formazione più rapida del governo.
Intanto, proprio in queste ore, gli sherpa di Fdi, Forza Italia e Lega sono al lavoro sui ritocchi alla legge elettorale. L'ipotesi che sta prendendo corpo - per blindare il testo soprattutto rispetto a eventuali distinguo all'interno della maggioranza - sarebbe quella di non procedere attraverso il deposito di una serie di emendamenti, ma di presentare una sorta di versione bis del testo originario. Quello a prima firma del capogruppo di Fdi Galeazzo Bignami, da adottare come testo base al termine della discussione generale. Resta ovviamente fermo l'impianto di un proporzionale con premio di maggioranza, ma tra le modifiche più rilevanti c'è proprio l'innalzamento della soglia minima per accedervi che dovrebbe passare dal 40% al 42%. Sparisce anche il ballottaggio, che al momento era previsto nel caso in cui nessuna delle due coalizioni avesse raggiunto la quota per il premio. Scende alla Camera il tetto massimo di parlamentari a cui si può accedere, che dovrebbe calare a 220-222, anche se il premio rimarrebbe comunque di 70 deputati e 35 senatori. Per eliminare il rischio di risultato difforme tra le due Camere, invece, si stabilisce che il premio si assegna solo in caso di risultato univoco, altrimenti si procede su base proporzionale. Nessuna novità, invece, sull'introduzione delle preferenze, questione che trasversalmente divide sia la maggioranza che l'opposizione. E che rischia di alimentare distinguo e sabotaggi nei passaggi parlamentari (l'obiettivo resta il via libera della Camera prima della pausa estiva).
Si tratta, in sostanza, degli aspetti che erano stati affrontati nel corso dell'ultimo vertice dei leader a Palazzo Chigi e su cui successivamente i tecnici dei vari partiti hanno lavorato per
tradurre in norma i principi. Inoltre, sottolineano dentro Fdi, sono anche ritocchi che tengono conto di quanto emerso nel corso delle audizioni che si sono concluse mercoledì in commissione Affari costituzionali della Camera.