L'ennesima bufala europea: cambiare le regole di Dublino

Dopo Juncker, la von der Leyen promette di riformare il trattato che blocca i migranti nei Paesi di ingresso

Non è chiaro se Ursula von der Leyen sia la nuova «Alice nel paese delle meraviglie» o una consumata politica pronta a scaricare su altri la responsabilità per i propri impegni disattesi. Di certo la promessa più azzardata, fra le tante abbozzate nel discorso all'Unione di ieri, è quella di rivedere il trattato di Dublino costringendo tutti i 27 paesi dell'Unione a farsi carico dei migranti. La nuova cambiale in bianco messa sul tavolo dal presidente della Commissione ricorda quella del settembre 2015 quando la Ue promise a Italia e Grecia di ripartire 160mila richiedenti asilo approdati nei due Paesi. Quella cambiale attende ancora d'essere onorata e fa il paio con l'impegno alla redistribuzione dei migranti rifilato un anno fa a Malta al nostro ministro dell'Interno Luciana Lamorgese. Certo non si trattava di sostanziali riforme del trattato, ma di semplici palliativi.

Il punto focale era, però, porre rimedio al famigerato articolo 13 di Dublino che attribuisce la responsabilità dell'asilo al primo Paese in cui il migrante mette piede. Grazie a quell'articolo i partner europei possono scaricare su Italia e Grecia la responsabilità dei migranti sbarcati in Sicilia o a Lesbo. E Francia e Germania arrivano addirittura a restituirci quelli entrati nei loro territori dopo essere fuggiti dai nostri centri di accoglienza. Dunque chiedere ai partner europei extra-mediterranei di rivedere quell'articolo è come chiedere al tacchino di accomodarsi nel forno. Eccezion fatta per i più schietti Paesi dell'Est, gli altri si guarderanno bene dal negare la loro disponibilità ad una von der Leyen che ieri si è appellata al rispetto dei diritti umani. Ma con tutta probabilità la sua proposta farà la fine di quella avanzata dal predecessore Jean-Claude Juncker.

Scritta in modo da offrire garanzie solo sul ricollocamento dei pochi aventi diritto all'asilo, ma assolutamente evasiva sulla redistribuzione della grande massa di irregolari, la proposta Juncker venne bocciata da ben sette Paesi tra i quali l'Italia.

Ma l'esempio più evidente dell'ipocrisia europea - capace di bloccare anche la nuova proposta di riforma di Dublino - emerge dalle ceneri del campo profughi di Moria sull'isola greca di Lesbo. Nel 2016, all'atto dell'inaugurazione, l'Unione lo dipinse come un campo modello da dove gli aventi diritto all'asilo sarebbero immediatamente partiti verso altri Paesi europei mentre gli irregolari sarebbero stati rispediti in Turchia o a casa loro. Ma in quattro anni ben pochi dei disperati di Moria sono stati accolti, redistribuiti o rimandati indietro. E nell'ultimo caso non solo per mancanza d'accordi di rimpatrio con i Paesi d'origine, ma anche per il timore di far pressioni su una Turchia pagata sei miliardi per (non) tenersi i migranti. E così il «modello» Moria si è trasformato in un vergognoso girone infernale dove i migranti sono veri e propri reclusi costretti a sopravvivere in condizioni disumane nel nome della retorica dell'accoglienza europea. Retorica a cui non manca di ricorrere anche la von der Leyen. Contestata da due eurodeputati sovranisti, il francese Nicolas Bay del Rassemblement National di Marine le Pen e Joerg Meuthen di AdD (Alternative fuer Deutschland) la presidente della Commissione non ha saputo far di meglio che accusarli di «predicare l'odio» senza rispondere a nessuna delle loro argomentazioni. Un'incoerenza non proprio irrilevante per una signora che predica tolleranza, democrazia e diritti umani.

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