Leopolda, crisi del settimo anno Renzi mette i frondisti alla porta

Il premier avverte: "Anche col No nessun governicchio tecnico". La minoranza incassa: non ci saranno scissioni

Leopolda, crisi del settimo anno Renzi mette i frondisti alla porta

«È tutto organizzato: è il castigo divino per i vostri discorsi di questi giorni». Quando la Leopolda arriva al suo clou e Matteo Renzi sale in maniche di camicia sul palco per chiudere l'affollatissima tre giorni fiorentina, salta la luce e piomba il buio, mentre fuori infuria il temporale. In sala qualcuno grida «Sarà stato Bersani»: risate, applausi, tecnici mobilitati. E finalmente si riaccendono i riflettori e il premier impugna il microfono, scherza sul blackout «castigo divino» e parte in quarta. Missione: mobilitare le truppe per il rush finale del referendum, togliersi «alcuni sassolini» contro i suoi nemici (e dall'applausometro della Leopolda si capisce che ormai alla base del Pd renziano la minoranza Pd sta più sullo stomaco di Berlusconi) e lanciare anche qualche avvertimento a futura memoria. Per ricordare che, anche se malauguratamente vincesse il No, ci sarà ancora Renzi a dare le carte, e che l'Italia non può permettersi di affrontare un «anno di svolta» come il 2017 con un «governicchio tecnicicchio» tenuto in piedi da «una classe politica che ha già fallito ma vuol cercare di riprendersi quel che questi rottamatori le hanno tolto». Del resto, chiosa un fedelissimo, «se anche perdessimo col 48%, quel 48% sarebbe tutto di Matteo», visto che questo referendum è indiscutibilmente un «uno contro tutti». Dunque nessuno potrà fare i conti senza di lui, è il messaggio, ossia il leader del principale partito. Un messaggio diretto al Colle come agli alleati interni del Pd (da Franceschini a Orlando) e anche a Berlusconi: se si chiude la porta ad un governo «tecnico», restano in piedi solo due ipotesi, o un governo politico (magari guidato dallo stesso Renzi) o elezioni anticipate. Perché appuntamenti importanti come il vertice europeo di Roma nel marzo 2017 o il G7 di Taormina in maggio non possono essere gestiti da «governicchi tecnicicchi» appesi a maggioranze confuse.

Ma ovviamente l'opzione numero uno, per Renzi, resta la vittoria del Sì: difficile, ma tutt'altro che impossibile. «Si giocherà su un milione di voti. Abbiamo davanti un bivio secco, il 4 dicembre: Sì o No. Il ritenta non esiste», avverte. Il referendum «è un derby tra passato e futuro, tra rabbia e proposta. Tra cinismo e speranza». Non sono in campo «due Italie», ma «due gruppi dirigenti: quello del Sì, che ha un'idea chiara e un orizzonte, e quella del No. Che, se li chiudi tutti dentro una stanza chiedendogli di mettersi d'accordo su una cosa da fare, non ne escono più».

Renzi sa che uno degli argomenti più forti a suo favore è la foto di gruppo del No, e li elenca uno a uno: dalla teppaglia «antagonista» che ieri ha sfasciato il centro di Firenze e mandato poliziotti all'ospedale, alla Lega; da Grillo («Che non ha studiato la riforma e se la è fatta spiegare da Di Maio che non l'ha capita») a D'Alema a Berlusconi a De Mita. «I leader del No hanno un solo obiettivo: tornare al potere. E sanno che il 4 dicembre è la loro ultima occasione per rientrare in pista. È tutta lì la loro partita, della riforma non gli frega niente». E il colpo più duro è per la minoranza Pd, la cui popolarità - a giudicare dalla Leopolda - è in picchiata nella base del partito: «Gli stessi che 18 anni fa decretarono la fine dell'Ulivo perché non erano loro a guidarlo, oggi cercano di decretare la fine del Pd perché hanno perso il congresso». Con i frondisti che non possono che incassare: «Non esiste rischio scissione», precisa Gotor. Altro che Bernie Sanders, che in Usa «ha perso le primarie ma fa campagna per Hillary, mica per Trump». Al contrario di Bersani.

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