da Roma
Sono caduti ieri i quattro anni esatti dall'invasione russa dell'Ucraina, anniversario di una giornata che ha cambiato l'Europa. Per l'occasione, Ursula von der Leyen e Antonio Costa - presidenti di Commissione e Consiglio Ue - sono andati in visita a Kiev per incontrare Volodymyr Zelensky e rimandare la fotografia di una Unione europea ancora saldamente al fianco delle ragioni dell'Ucraina. I tre si sono poi collegati con gli altri leader europei, in una videocall dei cosiddetti Volenterosi - sullo schermo rimbalzano i volti di Emmanuel Macron, Friedrich Merz, Keir Starmer, Giorgia Meloni, Mark Rutte e tanti altri - tutti d'accordo nel rinnovare piena solidarietà a Kiev. Vittima, recita una nota di Palazzo Chigi, della "ingiustificata e brutale aggressione russa", ragione per cui l'Italia in questi quattro anni ha garantito un sostegno "costante e convinto" a Kiev insieme agli alleati europei. Su cui pesa, però, lo scontro totale in corso tra il premier ungherese Viktor Orbán e i vertici dell'Ue. Dopo aver dato alcune settimane fa il suo via libera, ora Budapest ha infatti deciso di bloccare il prestito da 90 miliardi per l'Ucraina e ha posto il veto al ventesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca. Adducendo come motivazione il fatto che la distruzione dell'oleodotto Druzhba sta mettendo in crisi le riserve energetiche dell'Ungheria. Peccato che l'infrastruttura sia stata colpita da Mosca e non da Kiev, circostanza che rende la ritorsione di Orban alquanto ingiustificata. Ragione per cui von der Leyen continua ad assicurare che "il prestito per Kiev sarò erogato".
L'Italia, da parte sua, fa sapere di "sostenere e accompagnare il processo negoziale promosso dagli Stati Uniti" tra Russia e Ucraina e allo stesso tempo "partecipa alle attività dei Volenterosi per la definizione di solide garanzie di sicurezza" per Kiev. Il governo italiano non solo rinnova "solidarietà e vicinanza alle istituzioni e alla popolazione ucraina per la difesa della propria libertà e indipendenza", ma assicura anche "il proprio costante e convinto sostegno insieme ai propri alleati". L'obiettivo, fa sapere Meloni, è concorre con determinazione "agli sforzi internazionali per promuovere una pace giusta e duratura". Con una precisazione, che arriva dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari impegnato in un convegno sull'Ucraina organizzato da Fdi in Senato. "È chiaro - dice il braccio destro di Meloni - che finché l'ipotesi di pace sul campo è solo un'Ucraina che deve piegarsi alle richieste russe e arrendersi, non è percorribile".
Roma, dunque, continua a guardare con fiducia alla mediazione di Donald Trump. E al Cpac in programma a Dallas il 25-28 marzo - la conferenza politica annuale a cui partecipano attivisti conservatori non solo dagli Stati Uniti ma da tutto il mondo - ci sarà una corposa delegazione di una quarantina di esponenti di Fdi, guidati da Carlo Fidanza, capodelegazione al Parlamento Ue e vicepresidente di Ecr, e Antonio Giordano, deputato e segretario generale di Ecr. Una presenza che sarà anche dedicata ad allentare le tensioni sui dazi grazie alle interlocuzioni in programma con l'amministrazione repubblicana. C'è chi ha ipotizzato che in Texas possa fare capolino anche Meloni, scenario alquanto improbabile viste anche le ultime uscite non proprio ortodosse di Steve Bannon, uno degli animatori di Cpac. Così come è molto difficile che una delegazione di Fdi possa partecipare al Cpac di Budapest in programma il 21 marzo. Si è vociferato che al franchising ungherese possa presentarsi Trump (o J.D.Vance).
Ma nel partito di Meloni c'è la consapevolezza di quanto oggi - anche vista l'ostilità che sta apertamente mostrando verso Kiev - sarebbe complicato essere al fianco del premier ungherese. Al momento, comunque, Fdi non è stata invitata all'appuntamento. E, nel caso, il 21 marzo è sempre la vigilia del referendum sulla giustizia. Insomma, l'agenda è già piena.