Il don italiano di Londra: "Gli inglesi ci rifiutano? Non hanno tutti i torti"

L'ex parroco della St.Peters Church: "Fanno sul serio. E odiano chi approfitta di loro"

Il don italiano di Londra: "Gli inglesi ci rifiutano? Non hanno tutti i torti"

«Sono scioccato e sorpreso: se gli inglesi sono arrivati a pensare una cosa del genere vuole dire che la situazione è davvero troppo seria. E glielo dico io, che conosco la loro tolleranza». Padre Carmelo Di Giovanni è rientrato a Roma dodici mesi fa dopo aver passato 41 anni a capo della parrocchia della St. Peter's Church, la chiesa degli italiani a Londra. La lettera ministro dell'Interno britannico Theresa May al Sunday Times che annuncia un giro di vite sugli ingressi nel Regno, sono per lui un pugno nello stomaco. «E attenti, quel ministro è il più importante di tutti: non scherza». Dunque: niente permesso a chi non ha un lavoro? «Inaccettabile per quello che rappresentano gli italiani a Londra. Però la May non ha tutti i torti...».

La chiesa di Saint Peter's è l'osservatorio principale dell'immigrazione nostrana: nei giorni scorsi il governo di David Cameron ha fatto sapere che nell'ultimo anno ci sono stati 57mila nuovi arrivi italiani con un +34% record, ma in questo caso si tiene conto soltanto di quanti si sono registrati per il National Insurance Number , il numero di riconoscimento fiscale che serve per poter lavorare. In realtà le cifre non ufficiali parlano di quasi 300mila residenti solo a Londra, più di 600mila in tutto il Paese. Insomma: i migranti siamo noi. Il 60% di chi arriva ha meno di 35 anni ed in effetti basta entrare in un qualsiasi ristorante o bar per accorgersene. E di tutta questa moltitudine, parecchia è passata appunto da Padre Carmelo (e adesso passa dal successore Padre Andrea Fulco) anche grazie al progetto «Benevenuti a Bordo» attivo a St. Peter's e gestito da giovani volontari italiani: «L'ho voluto io: ne parlai con ambasciata e consolato e grazie al contributo dell'imprenditore Davide Serra, nostro parrocchiano, siamo riuciti a partire. Avrei voluto che fosse un po' più concreto, però mi dicono che comunque funziona». «Benvenuti a Bordo» si occupa di dare informazioni a chi arriva in cerca di fortuna e ogni martedì sera viene organizzato un incontro: «Arrivano anche famiglie con bambini, disperate e con una certa incoscenza. Gente che si è presentata alla mia porta così, pensando che potessi trovare loro in un lampo casa e lavoro. È vero: a Londra il lavoro si trova, ma ci vuole pazienza. E tanti soldi». La pagina Facebook dell'associazione è comunque piena di storie. E piena di ringraziamenti.

Molto insomma è cambiato da quando bastava presentarsi dal nulla per avere un sussidio: «Quando approdai a Londra uscivi dall'aeroporto solo se avevi soldi per vivere e un posto dove andare, ogni sei mesi dovevi rinnovare il permesso. Poi negli Anni '80 la prima immigrazione: dall'Italia arrivavano a frotte, la social security garantiva di approdare alla Victoria Station al mattino ed avere soldi cash in mano già al pomeriggio. Solo che la città fu invasa da gente senza scrupoli: droga, spaccio, Aids. A me toccava andare in carcere ad aiutarli». Era il tempo delle espulsioni, la Bbc lanciò una campagna perché gli italiani fosssero cacciati tutti: «Ma oggi non è così: a Londra ci sono architetti, avvocati, businessmen, perfino primari. Tutti italiani. Il vero problema sono quelli dell'Europa dell'Est: il 40% dei carcerati del Regno viene da lì. E gli inglesi hanno capito l'immigrazione non è più emergenza: ormai è la norma. Bisogna trovare però una soluzione più equilibrata di quella della May». Perché il sogno londinese, alla fine, resta: «Il merito è premiato, si trova lavoro senza dover - me lo lasci dire - leccare il culo a nessuno. In Italia invece sto malissimo e capisco chi se ne vuole andare. Corruzione, burocrazia e maleducazione a tutti i livelli. Ma sa qual è il problema più grosso? Ho paura che alla fine mi abituerò...»

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