Come per quelle squadre che magari in una partita hanno un exploit eccezionale (il referendum) ma poi alla partita successiva dimostrano le carenze di sempre, al campo largo in queste elezioni è mancata una gamba: quella moderata. Un soggetto che deve essere organizzato e valorizzato perché al momento non è percepito come dovrebbe essere dall'elettorato. Si tratta di un handicap che lo schieramento della Schlein e di Conte paga specie al Nord. Venezia ne è la dimostrazione più eclatante. Graziano Delrio, ex ministro del Pd lo dice senza peli sulla lingua: "Se in Veneto, Piemonte e Lombardia il campo largo non organizza una gamba moderata, non sfonda".
La tornata elettorale ha riguardato sicuramente una quota non ampia di elettori e situazioni disomogenee. Come diceva il piddino Francesco Boccia (nella foto): "Venezia ha meno abitanti di Bisceglie". Questo non significa però che il voto di domenica non abbia dato delle indicazioni su cui riflettere. Si conferma, ad esempio, che il nostro è un Paese diviso a metà sul piano politico e, contemporaneamente, sono messi in discussione processi che si davano per scontati: è relativa la crisi di consensi del centro-destra come pure è relativo l'aumento di gradimento che il campo largo era convinto di riscuotere nel Paese. In sintesi: il voto amministrativo non ipoteca in alcun modo le politiche. Mette in crisi, però, la narrazione degli ultimi mesi, che dava per scontata la marcia trionfale del "campo largo" verso il voto nazionale. Non è così: e un eccesso di euforia (quella sindrome da "gioiosa macchina da guerra" che costò trent'anni fa le elezioni ad Occhetto) può generare illusioni e addirittura essere controproducente. "Non è solo spazzato via - rimarca uno dei consiglieri della Meloni, Giovanni Donzelli - il racconto della vittoria annunciata del campo largo alle politiche, lo slogan il vento è cambiato, ma se si fosse votato ieri a livello nazionale il centro-destra avrebbe vinto".
Ragionamenti che ovviamente a sinistra vengono contestati. "L'Italia è un paese diviso a metà - osserva il piddino Boccia - ma loro hanno un governo in crisi. Noi, invece, scontiamo al solito una difficoltà in alcune aree del paese. Detto questo l'ultima volta a Venezia avevamo perso per 26 punti percentuali, in quest'occasione per tredici".
Ognuno dice la sua. Ma alcuni dati sono incontestabili: Forza Italia ha fatto diventare la Calabria quello che una volta era l'Emilia rossa per il Pci: Cannizzaro è stato eletto sindaco di Reggio Calabria con una percentuale che sfiora il 70%. A Venezia il centro-destra trionfa al primo turno grazie a Venturini, un ex dc (era nella Cdu) che con la sua lista personale sfiora il 30%. Ad Arezzo il ballottaggio è nella mani di un "centrista" che viene dal Pd.
Sono tutti segnali che dimostrano come il centro in un sistema bipolare continui ad essere un luogo strategico. Per cui ha una logica inseguire l'elettorato identitario a sinistra secondo la filosofia della Schlein, ma come insegna la Storia da Berlinguer a Prodi, a Renzi, se non ti copri sul fronte moderato non vinci: il 51% diventa una chimera. Per ora su quel versante vedi solo la sofferenza dei vari Delrio, Gori, Picierno, Madia. E vedi il ritorno trionfale a Salerno di Vincenzo De Luca, un riformista populista, in barba alla linea in voga nel Pd.
La verità è che Casa riformista di Matteo Renzi, che pure ha avuto buoni risultati, non basta: anche perché l'ex premier per essere accettato, per superare le diffidenze dei suoi alleati, è diventato il miglior interprete della sinistra (copyright Il Foglio). Tant'è che lo stesso Renzi commentando con i suoi i risultati ammette: "Bisogna spostare al centro il baricentro di entrambe le coalizioni, dare più spazio a chi gli dà voce. Ma dentro gli schieramenti non fuori".
Interrogativi non mancano neppure sul versante del centrodestra. La vittoria di Venezia, ad esempio, è stata ottenuta da una coalizione a trazione moderata, con un profilo diverso da quello della maggioranza di governo: non per nulla la Meloni parla di "miracolo" (in laguna in campagna elettorale si era visto solo Crosetto).
Ma soprattutto c'è l'incognita Vannacci, cioè del personaggio che Marina Berlusconi e la Lega di governo (Zaia) non vogliono assolutamente in coalizione: in queste elezioni il generale non ha presentato il proprio simbolo. O meglio a Vigevano, una lista riconducibile a lui, ha preso gli stessi voti di Fratelli d'Italia e più della Lega. Tanto per dire.