"L'ho visto mezzo nudo e in catene, ormai delirava"

Il racconto choc dei testimoni. Gli inquirenti: "Ha sofferto per giorni". L'inferno della "stanza 13"

"L'ho visto mezzo nudo e in catene, ormai delirava"

È la cronaca di un massacro di Stato, quella contenuta nelle 94 pagine conclusive dell'inchiesta sulla morte di Giulio Regeni. Una cronaca raccontata da cinque testimoni oculari, individuati dagli avvocati dei suoi genitori sfidando l'ostruzionismo della magistratura e del governo egiziano. Un ostruzionismo di cui solo la lettura di queste carte consente di capire fino in fondo le ragioni: perché c'è il racconto in diretta della morte dell'italiano. «Lui era mezzo nudo nella parte superiore, portava dei segni di tortura e stava blaterando parole nella sua lingua, delirava. L'ho visto ammanettato con delle manette che lo stringevano a terra. Non l'ho riconosciuto subito, ma quando cinque o sei giorni dopo ho visto la foto sui giornali ho capito che era lui».

Il testimone che racconta l'agonia di Regeni nelle carte è indicato come Epsilon, protetto come gli altri testi per salvaguardarlo dalla vendetta egiziana. Racconta ai pm che lui la struttura Lazoughly dei servizi segreti la conosce bene, perché ci ha lavorato quindici anni. E conosce bene anche la stanza degli orrori, «l'ufficio 13». «Quando viene preso qualche straniero sospettato di tramare contro la sicurezza nazionale viene portato lì».

Come e perché Regeni fosse arrivato al Lazoughly lo spiegano bene altri due testi oculari, Delta e Gamma. Il primo racconta che «il 25 gennaio mentre ero nella stazione di polizia di Dokki è arrivata una persona, avrà avuto 27 o 28 anni, si esprimeva in italiano e ha chiesto un avvocato. Ho visto bene il ragazzo italiano che arrivava con quattro persone in abiti civili (...) poi è stato fatto salire su un'auto modello Shine, è stato bendato e condotto in un posto che si chiama Lazhougly». Il perchè del sequestro di Giulio lo spiega invece il teste Gamma. É lui a incastrare il maggiore Magdi Ibrahime Abdelal Sharif, considerato dalla Procura uno degli esecutori materiali dell'omicidio del ricercatore. Gamma racconta di avere assistito a un colloquio tra Sharif e un keniota in cui l'ufficiale raccontava di avere seguito un italiano sospettato di lavorare per i servizi americani o israeliani e di collaborare con l'opposizione egiziana, e di averlo bloccato mentre andava a una festa in zona Tahir. «Eravamo molto arrabbiati - avrebbe detto il maggiore - e io l'ho colpito». Ed è Sharif a fare il nome al suo interlocutore il nome dell'italiano: «Giulio Regeni».

Ma c'è un altro testimone, ancora più preciso e cruciale dei testimoni oculari. E questo non ha bisogno di essere nascosto sotto una lettera greca, perché è il corpo di Regeni. É il corpo a parlare, davanti ai medici legali, e a fornire i crudi dettagli delle torture. Sono state, come spiegano gli atti citati ieri dal pm Sergio Colaiocco, torture che hanno causato al giovane «acute sofferenze fisiche, in più occasioni e a distanza di più giorni: attraverso strumenti dotati di margine affilato e tagliente ed azioni con meccanismo urente (ustionante, ndr) con cui gli cagionavano numerose lesioni traumatiche a livello della testa, del volto, del tratto cervico dorsale e degli arti inferiori».

Non c'è parte del corpo di Giulio che venga risparmiata, e non c'è strumento che non sia impiegato: «Attraverso ripetuti urti ad opera di mezzi contundenti (calci o pugni e l'uso di strumenti personali di offesa quali bastoni o mazze)». La testa del sequestrato viene sbattuta ripetutamente contro le pareti, i verbali parlano di «meccanismi di proiezione ripetuta del corpo contro superfici rigide». La freddezza del linguaggio medico-legale non impedisce di immaginare l'inferno dell'«Ufficio 13», i lunghi giorni di sequestro e di torture nella sede di via Lazoughly della National security. É alla fine di questi giorni che passa di lì il teste Omega, e parla di quel ragazzo magro che delira in italiano.

Ma è ancora il corpo di Regeni a parlare, e a dire che nonostante tutta la ferocia che vi era stata profusa, quelle torture non avrebbero ammazzato il giovane. Ma ormai gli aguzzini egiziani si erano spinti troppo in là, liberare il fermato non era più possibile. Quindi bisogna eliminarlo, e buttarlo come un rifiuto sulla Desert Road che va ad Alessandria. Come lo uccidono? Sfondandogli i polmoni, spaccandogli le costole con le mazze e a mani nude. Quale sgherro abbia compiuto materialmente il delitto non si sa, e forse non si saprà mai. Ma chi l'ha ordinato è ormai fin troppo chiaro.

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