A quindici giorni dall'inizio della guerra di Usa e Israele contro l'Iran non è ancora chiaro quale sia l'effettiva prospettiva per la fine delle operazioni militari: la posizione dello Stato ebraico è chiara, ossia che si andrà avanti tutto il tempo necessario, (almeno altre tre settimane, come ha dichiarato l'Idf alla Cnn), mentre l'America di Donald Trump lancia messaggi di tenore opposto. Se pochi giorni fa il presidente ha detto che il conflitto è "praticamente concluso", nelle scorse ore ha affermato di non essere ancora pronto a negoziare un accordo di pace, nonostante a suo parere ci sia la disponibilità di Teheran.
In un'intervista alla Nbc, il tycoon ha spiegato che "i termini non sono ancora abbastanza buoni", rifiutandosi di fornire ulteriori dettagli. L'inquilino della Casa Bianca ha ribadito che qualsiasi intesa dovrà includere l'abbandono completo delle ambizioni nucleari iraniane, oltre a precisare che nel frattempo sta lavorando con diversi paesi a un piano per garantire la sicurezza dello Stretto di Hormuz, passaggio cruciale per il traffico mondiale di petrolio. Washington, ha continuato, continuerà a combattere per ottenere condizioni migliori, e potrebbe bombardare nuovamente obiettivi sull'isola di Kharg (cuore dell'industria del greggio iraniana) "solo per divertimento". In realtà anche la Repubblica islamica, tramite il ministro degli Esteri Araghchi, ha fatto sapere che il suo paese "non vede alcuna ragione di negoziare" con gli Stati Uniti. "Avevamo colloqui in corso con loro quando hanno deciso di attaccarci ed è la seconda volta" che succede, ha sottolineato il ministro con Cbs News, facendo riferimento ai raid Usa del giugno 2025 durante le trattative. Trump ha parlato fin dall'inizio del conflitto che sarebbe durato "quattro o cinque settimane" e se necessario "per molto di più", e per gli analisti le dichiarazioni successive che la guerra volgeva verso la fine potrebbero aver avuto l'obiettivo di voler rassicurare i mercati e la popolazione.
L'ambasciatore Usa all'Onu, Mike Waltz, ha spiegato che le operazioni in Iran "non saranno un altro Iraq del 2003", e in un'intervista a Fox News ha precisato che l'obiettivo del presidente di neutralizzare le capacità nucleari dell'Iran rappresenta "un punto programmatico fondamentale", ribadito in ciascuna delle sue tre campagne elettorali, nonché "una promessa che egli intende mantenere per tutti gli americani". Il Pentagono ha fatto sapere che più di 15.000 obiettivi in Iran sono stati colpiti da Stati Uniti e Israele, e il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha promesso che le forze armate non mostreranno "alcuna pietà per i nostri nemici". Secondo i media Usa sono stati inviati nella regione anche la nave d'assalto anfibio USS Tripoli, di stanza in Giappone, e circa 2.500 Marines. Il Wall Street Journal che per primo ha dato notizia dello spostamento delle unità ha spiegato che la richiesta di rinforzi è stata avanzata dal Comando Centrale degli Stati Uniti (Centcom) e approvata dallo stesso Hegseth.
Il Pentagono ha intanto identificato i sei aviatori deceduti nell'incidente aereo avvenuto giovedì
nell'Iraq occidentale, che "non è stato causato da fuoco ostile o fuoco amico ed è ancora sotto indagine". Con la loro morte, il numero di soldati statunitensi uccisi in connessione alla guerra con l'Iran è salito a quota 13.