L'ira di chi non riapre: "Ignorati dalla politica"

Saracinesche abbassate. Molti non hanno riaperto, e anche fra quelli che hanno riaperto molti rischiano di non farcela: ci hanno messo lo slancio di chi vuole provarci un'ultima volta, ma sanno che tutto va in direzione contraria

L'ira di chi non riapre: "Ignorati dalla politica"

Saracinesche abbassate. Molti non hanno riaperto, e anche fra quelli che hanno riaperto molti rischiano di non farcela: ci hanno messo lo slancio di chi vuole provarci un'ultima volta, ma sanno che tutto va in direzione contraria. Governo compreso.

Non è stato una festa, il lunedì di commercianti, esercenti, ristoratori, baristi e titolari di negozi. Gli umori sono «pessimi», secondo Confapi Milano. E i dati confermano questi timori. Secondo uno studio di «Bain & Company», il 30% di bar e ristoranti in Italia sono a rischio chiusura: già 14 miliardi sono stati persi per lo stop e altri 16 potrebbero andare in fumo nelle prossime settimane. Alla fine potrebbe mancare il 40/50% del fatturato e 100mila attività sono sull'orlo del baratro, con 2-300mila lavoratori a rischio. Tradotto, significa due punti di Pil persi e un buco di 5 miliardi nelle entrare fiscali dello Stato, che forse a questo punto si accorgerà di loro. «Stanno desertificando il Paese - avverte il presidente di Confapi Milano Nicola Spadafora - ma qualcuno se ne renderà conto quando non ci sarà più gettito fiscale e non si potrà più mantenere questo carrozzone pubblico».

La chiamata in causa è per chi governa. C'è un pezzo d'Italia che si sente tradito. Non solo ristoratori e pubblici esercenti. Imprenditori, commercianti, professionisti, artigiani hanno vissuto con rigore e senso civico la quarantena ma si sono visti ripagare con promesse e parole. «Questo è il governo dei garantiti, non è in grado culturalmente di capire il problema - osserva il presidente della commissione Attività produttive di Regione Lombardia, Gianmarco Senna - La definizione stessa di commerciante per loro è un'onta, pensano che chi fa impresa sia un furbo, che metta via soldi in nero. È il governo dell'assistenzialismo, dei garantiti della pubblica amministrazione - che in cassa integrazione non ci vanno - e dei privilegiati che vivono delle rendite, magari gli affitti su immobili comprati col sudore della fronte ma dai nonni. Quelli che sudano oggi, quelli che si sporcano le mani oggi non li capiscono, li sentono estranei». Qualcuno ha notato che le uniche lacrime versate da un ministro fossero dedicate agli immigrati da regolarizzare. Nessuno ha pianto per i negozianti italiani alla disperazione. Senna, da leghista, conferma ma rilancia: «Vado oltre - riflette - Dico che noi siamo vicini al peruviano regolare che ha avviato l'aziendina, o all'egiziano che ha aperto la piccola agenzia o la pizzeria. Li rappresentiamo noi, li sentiamo più vicini di quanto sentiamo i sindacalisti che chiedono la bolletta della luce rimborsata per i dipendenti pubblici in smart working. Il centrodestra torni a porsi il problema di questo blocco sociale da difendere, al di là dell'etnia. Privilegiati e garantiti hanno già chi li difende, lo fanno gli statalisti secondo i quali i soldi crescono sugli alberi».

Nel momento di massimo bisogno, imprenditori e commercianti si trovano di fronte il governo più lontano che si potesse immaginare. «Vediamo uno Stato burocratico, sentiamo ostilità per chi intraprende - dice Antonio Leonetti di Confapi - chi riapre in questi giorni lo fa col cuore, ma se dovesse metterci la testa non dovrebbe aprire. Le prospettive sono preoccupanti». «Il problema - spiega Spadafora - non è oggi ma quel che accadrà fra due mesi, il tema vero è la cassa-integrazione, il blocco dei licenziamenti. Le aziende sono pessimiste perché decreto rilancio di rilancio ha poco. Il tema vero è che pagare tutte le retribuzioni non sarà possibile. Non siamo stati aiutati da nessuno, non c'è cassa, non c'è niente. Riapriamo ma con quale prospettiva? Da qui a luglio la capacità produttiva sarà dimezzata, come paghiamo i collaboratori? Questa è la realtà, 55 miliardi in una situazione come quella attuale dovrebbe essere lo stanziamento mensile. E il problema è che non sono neanche pochi, ma si traducono una pioggerella di aiuti che non alla fine non aiuta nessuno».

AlGia

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