L'orgoglio di Genova: nell'Italia di veti e cavilli il nuovo ponte è realtà

L'opera ideata da Piano completata in 10 mesi. Conte: "Stato presente". L'appello delle imprese

L'orgoglio di Genova: nell'Italia di veti e cavilli il nuovo ponte è realtà

Sale l'ultima campata e il buco nel cielo di Genova non c'è più. Nuvoloni gonfi scaricano una pioggia livida, esattamente come la mattina del 14 agosto 2018. Nemmeno due anni e il Ponte, il nuovo Ponte Morandi, è praticamente finito. Varato, come si dice portando nell'aria le suggestioni del mare. Il presidente del Consiglio schiaccia il bottone - che in Italia non manca mai - le sirene del porto fanno sentire la loro voce accorata, la bandiera di San Giorgio, sospesa lassù, riempie il vuoto in cui precipitarono auto, camion e 43 vite umane. A metà luglio riprenderà la circolazione e l'Est e l'Ovest, le due metà della città e della Liguria, saranno di nuovo collegate.

Un miracolo, ripetono tutti da giorni. E in effetti il sindaco Marco Bucci è stato netto in un'intervista al Giornale: «Con le procedure ordinarie ci sarebbero voluti fra i 6 e i 9 anni. Tre solo per ii progetti». Invece siamo alle rifiniture e Conte, arrivato con la ministra Paola De Micheli, parla di «giornata speciale» e decanta il modello che potrà essere esportato nell'Italia della burocrazia, dei veti e dei cavilli: «Dalla Lanterna si irradia una nuova luce sull'Italia intera». Granelli di retorica su una cerimonia sobria. In linea con il viadotto disegnato da Renzo Piano che non è scenografico ma ha una sua elegante compostezza. Millesessantasette metri d'acciaio, 18 piloni, 19 campate: il nome ancora non c'è ma arriverà. Pazienza.

«Lo Stato non ha mai abbandonato Genova - insiste il premier - abbiamo suturato una ferita, anche se i giudizi di responsabilità non sono stati ancora completati». E qui il premier frena rispetto ai toni barricaderi dei primi mesi quando sembrava che la revoca delle concessioni ad Aspi, oggi di là da venire, fosse imminente.

Le orazioni - da Giovanni Toti a Paola De Micheli - si susseguono rapide, in bilico fra la festa e il lutto. Il presente incombe come un disastro, il virus ha tolto pure la speranza a chi col Morandi aveva visto crollare le proprie certezze. E allora tocca a Pietro Salini, amministratore delegato di Salini Impregilo, afferrare per le corna il toro della crisi: «Presidente Conte, glielo chiedo in ginocchio, è arrivato il momento di lanciare un grande piano infrastrutturale per modernizzare il Paese. Abbiamo le eccellenze italiane, abbiamo tecnologie all'avanguardia, abbiamo gli uomini migliori». Come i mille che hanno costruito il nuovo viadotto insieme ai tecnici di Fincantieri. Tempo dieci mesi, dopo le demolizioni del vecchio moncone, e il sogno è già un vanto.

Se si pensa al dibattito interminabile e inconcludente sul Ponte sullo Stretto, allora si capisce la posta in gioco. Salini non ha dubbi e lo spiega al Giornale nel polveroso cantiere di via Fillak, la strada degli sfollati che avevano il Morandi per tetto: «Ogni posto nell'edilizia e nelle grandi opere ne genera altri quattro nella società, noi possiamo far lavorare milioni di persone e abbiamo a disposizione 28 miliardi di fondi strutturali che possiamo spendere subito. È un'occasione unica, possiamo davvero rifare migliaia di opere pubbliche che sono state pensate negli anni '60 e, come abbiamo imparato a nostre spese col Morandi, sono a fine vita perché il calcestruzzo dura cinquant'anni».

E invece, a spiegare come girano le cose, il gruppo Salini realizza il 93% del fatturato all'estero, quando i principali competitor hanno il 50-60% delle commesse nel loro paese. «Con la gente che rovista nell'immondizia non possiamo aspettare neanche un giorno». Il patron si aggiusta il caschetto e se ne va. Per ultimo. La pioggia è in stand by. Resta quel prodigio, ancora più evidente perché maturato nel periodo infernale del Covid. Una persona è risultata positiva, 23 sono finite in quarantena, ma il protocollo sulla sicurezza, studiato e messo a punto pure quello a tempo record da Rina, ha funzionato. E il cantiere si è fermato solo il giorno di Natale.

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