L'ultima carta di May è Corbyn: "Insieme per un rinvio breve"

La premier propone una seconda proroga entro il 22 maggio: «Per evitare il no deal e le elezioni europee»

L'ultima carta di May è Corbyn: "Insieme per un rinvio breve"

Rinvio breve, il più breve possibile, al massimo fino al 22 maggio, per evitare a tutti i costi il no deal ma anche la partecipazione del Regno Unito alle elezioni europee. Rinvio concordato con l'opposizione laburista, che finora la premier aveva tenuto lontano dal cuore delle trattative e che chiama ora direttamente in causa, costringendola a venire allo scoperto. E se non ci fosse accordo con il Labour, parola al Parlamento, perché indichi strade alternative ma stavolta vincolanti, che il governo si impegnerà a mettere in pratica, lasciando sostanzialmente che l'Aula prenda il timone. È questa l'ultima soluzione che Theresa May tira fuori dal cappello «per superare lo stallo», in un discorso alla nazione arrivato alla fine di un'altra interminabile giornata, dopo una riunione di Gabinetto-fiume - lunga oltre sette ore - in cui alla fine la premier scarica l'ala dura del suo governo, che spingeva per l'uscita senza accordo, e tenta il tutto per tutto per un addio ordinato entro il 22 maggio, concedendosi 40 giorni in più rispetto a quel 12 aprile fissato per il no deal in assenza di accordo. «Lasciare con un'intesa è la soluzione migliore», dice Theresa May, pur ricordando quante volte abbia proclamato che avrebbe reso un successo l'addio senza intesa.

La premier decide di sacrificare l'unità di partito, sempre più vacillante, per cercare l'unità nazionale e una via d'uscita. «Questo dibattito, questa divisione non può durare ancora a lungo», insiste. D'altra parte, meno di ventiquattr'ore prima, il deputato Nick Boles aveva lasciato il Partito conservatore dopo l'ennesimo flop della Camera (quattro No a quattro soluzioni alternative al piano May), accusando i Tory di essere incapaci di trovare una mediazione sulla Brexit. «Ho dato tutto per raggiungere un compromesso - ha detto Boles, promotore del voto indicativo sul Mercato 2.0 (modello Norvegia plus) bocciato lunedì notte per 21 voti - fino a che ho scoperto che il partito che non vuole il compromesso è il mio».

Che succede adesso? La palla passa dalla parte dell'opposizione e Jeremy Corbyn si è detto «molto felice» di dialogare con la premier. Che ha ricordato una condizione: qualsiasi nuovo accordo dovrà passare per un'intesa sul piano di ritiro già concordato dalla stessa May con la Ue e i cui termini - Bruxelles è stata chiara - non possono essere cambiati. Il tempo stringe. Si lavorerà sulla dichiarazione politica sulle future relazioni commerciali. È probabile che si vada verso una Brexit ancora più soft, con una permanenza nell'unione doganale (come chiede il Labour) che sarà mal digerita dai duri della Brexit e rischia di provocare nuovi scossoni fra i Tory. Avere l'appoggio dell'opposizione dovrebbe aiutare Theresa May a raggiungere quel compromesso finora impossibile (l'ultima volta sono mancati 58 voti).

L'Unione europea si è mostrata possibilista su un breve rinvio ma sempre più restia a concedere una lunga proroga, a meno che non si svolgano a Londra elezioni anticipate o un secondo referendum. Il capo negoziatore Michel Barnier e il coordinatore dell'Europarlamento sulla Brexit, Guy Verhofstadt, prima del discorso di May, avevano parlato di no deal «quasi inevitabile». E il presidente francese Emmanuel Macron, in visita a Dublino ieri dal premier irlandese Leo Varadkar, (domani sarà la volta di Angela Merkel) ha definito «non scontata» una lunga estensione dell'articolo 50, «che implicherebbe la partecipazione del Regno Unito alle elezioni europee e alle istituzioni dell'Ue». La paura che il Regno Unito partecipi al voto di maggio, con Nigel Farage in pole position nel tentativo di bissare con il suo Brexit Party il trionfo del 2014, quando l'Ukip divenne primo partito britannico in Europa, terrorizza l'Europa. «La Ue non può essere ostaggio a lungo della crisi politica nel Regno Unito», dice Macron. Se non sarà presentato un «piano alternativo credibile entro il 10 aprile» - quando si riunirà il Consiglio europeo straordinario - Londra «avrà di fatto scelto da sé di uscire senza accordo». E il no deal, avverte un dossier dell'amministrazione inglese svelato alla stampa - vorrebbe dire prezzi su del 10% e recessione. Secondo Goldman Sachs, il Paese dal 2016 ha già perso quasi 700 milioni di euro e il 2,4% del Pil per mancati investimenti.

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