Magistrati sui social, la stretta del Csm

Un codice per le toghe in Rete. «Ne va della credibilità della categoria»

Magistrati sui social, la stretta del Csm

Il terreno è scivoloso. E le toghe social ultimamente ci cadono con una certa frequenza. Foto inopportune, sfoghi personali, opinioni politiche giustificate ex post dai diretti interessati come pillole di riflessioni private. Ma quando compaiono sui profili Facebook di magistrati avvezzi all'utilizzo della rete diventano più spesso bucce di banana su cui casca la terzietà dell'intera categoria. E visto che le tirate d'orecchie, i richiami all'ordine, l'apertura di procedimenti disciplinari non bastano più, il Consiglio superiore della magistratura ha deciso di mettere nero su bianco delle regole.

Una sorta di vademecum, un codice di comportamento per i giudici che vogliono stare sui social senza incappare in procedure di incompatibilità ambientale e funzionale e rischiare (sanzione più unica che rara) il trasferimento. Tant'è. Il comitato di presidenza di Palazzo dei Marescialli ha accolto la richiesta di una regolamentazione che il membro laico del Csm in quota Forza Italia Pierantonio Zanettin ha presentato formalmente dopo la sfilza di casi che hanno imbarazzato la categoria. L'ultimo, il lungo sfogo del pm di Trani Michele Ruggiero, dopo il flop della sua inchiesta sulle agenzie di rating, tanto virale da essere stato ripreso dal blog di Grillo. Prima di lui, c'è stata la pm fotografata con l'avvocato di un imputato mentre le bacia i piedi, il giudice di Trieste che sparava a zero contro la governatrice del Pd Debora Serracchiani («Un errore della Storia»), il presidente del Tribunale di Bologna che bollava come «repubblichini» i favorevoli al referendum costituzionale.

Episodi che «evidenziano un uso disinvolto di Facebook, non rispettoso dei criteri di equilibrio e di misura: ciò incide negativamente sulla credibilità del magistrato coinvolto e della magistratura nel suo complesso», spiega Zanettin. E se i giudici rivendicano sempre più spesso uno spazio personale che sia distinto da quello professionale, anche il neo presidente dell'Anm Eugenio Albamonte ha ammesso che un certo «training» sia ormai necessario. Le linee guida dovranno «garantire che la comunicazione sui social network da parte dei magistrati avvenga nel rispetto dei principi deontologici e con forme e modalità tali da non arrecare pregiudizio alla credibilità della funzione».

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