Mariupol, 170mila ostaggi senz'acqua

Si tratta per l’evacuazione di Azovstal, Erdogan ha una nave pronta

Mariupol, 170mila ostaggi senz'acqua

Mariupol, giorno numero 80 della guerra. Non c'è tempo e del resto nemmeno voglia per festeggiare il numero tondo. E nemmeno il cibo, se è per questo. E perfino l'acqua scarseggia. Il consigliere del sindaco Petro Andriushchenko in un video su Telegram parla di 150-170 mila persone «ostaggio delle autorità di occupazione». La maggior parte dei residenti non avrebbe accesso all'acqua corrente e sarebbe costretta a recarsi nei punti di distribuzione, con gravi rischi per la propria incolumità e nemmeno la certezza di trovarne, visto che per tutti non ce n'è. Acqua invece n'è fin troppa nelle cantine dei palazzi, quasi tutte allagate.

E poi c'è l'assedio che tiene in ansia il mondo. Quello all'acciaieria Azovstal, alla periferia meridionale della città sul Mar d'Azov. Ieri la struttura nella quale sono asserragliati ancora un migliaio di militari, di volontari del battaglione Azov e un pugno di civili, ha subito nuovi bombardamenti russi e assalti da parte di artiglieri e di tank. Proprio i miliziani dell'Azov parlano di «situazione critica» e di centinaia di soldati di fanteria ammassati all'esterno per tentare l'assalto decisivo, fonora sempre respinto dagli assediati.

La battaglia si gioca con le armi ma anche sui tavoli dei negoziati per un'evacuazione che appare ancora piuttosto lontana, anche se ieri è sembrato vicino l'accordo per portare in salvo militari e medici gravemente feriti. Nel suo ultimo videodiscorso il presidente ucraino Volodymyr Zelenskiy ha parlato di «colloqui molto complessi sulla prossima fase della missione di evacuazione» che dovrebbe riguardare «l'allontanamento dei militari gravemente feriti, stiamo parlando di un gran numero di persone, e di tutti gli altri, tutti i nostri difensori. Abbiamo già coinvolto tutti coloro che nel mondo potrebbero essere gli intermediari più influenti». Tra essi c'è anche il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, il cui portavoce Ibrahim Kalin ha ieri annunciato in un intervista alla Reuters che Ankara è pronta a inviare una nave a Mariupol per consentire di portar via i soldati ucraini feriti e altri civili che si trovano ad Azovstal. «Il nostro piano - spiega kalin - prevede che le persone evacuate dall'acciaieria siano portate via terra al porto di Berdyansk, che come Mariupol si trova sul Mar d'Azov, e che una nave turca li conduca a Istanbul. Se si può fare in questo modo, la nostra nave è pronta per partire e portare i soldati feriti e altri civili in Turchia». Ma ieri le mogli e le compagne dei miliziani del battaglione Azov hanno tentato anche la carta cinese, che dopo aver scomodato il papa e lo stesso Erdogan hanno supplicato il leader cinese Xi Jinping di aiutarle a salvare i loro uomini, tirandoli fuori dall'acciaieria maledetta. Del resto non sono troppo tranquillizzanti le rassicurazioni di Zelensky: «L'Ucraina non lascerà nessuno nelle mani del nemico. Ovviamente ricordiamo ogni città e comunità che sono ancora sotto occupazione: Kherson, Melitopol, Berdiansk, Energodar, Mariupol e le città del Donbass». Parole che sembrano più il modo per gettare il cuore oltre l'ostacolo che un vero impegno.

Che dalle parti di Kiev non ci sia troppo ottimismo sulla conclusione della vicenda di Azovstal lo dimostrano l'analisi della vicepremier Iryna Vereshchuk, citata dalla agenzia Interfax Ucraina «L'obiettivo del governo ucraino rimane fare uscire sani e salvi dall'acciaieria di Azovstal tutti i militari ucraini», spiega la numero due di Zelensky, ma «l'approccio per un accordo deve essere sobrio e pragmatico» e «il risultato potrebbe non soddisfare tutti». La Vereshchuk ha ricordato che nell'impianto non ci sono solo miliziani del reggimento Azov ma anche membri di altri reparti delle forze armate e della polizia.

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