C'era una volta una sinistra fieramente marxista che leggeva Marx e Lenin e sognava il "sol dell'avvenire": una palingenesi guidata con mano di ferro dal partito della classe operaia e ritmata da piani quinquennali e rigidità ideologiche. Ovviamente nelle dittature del proletariato non vi era alcun posto per nessun Dio. L'ateismo era un dogma per tutti i partiti comunisti. Altri tempi, altri uomini, altre illusioni. Ciò che resta della sinistra post marxista ha imboccato da tempo altre strade, o meglio dei vicoli ciechi. Lo dimostra come sta raccontando Il Giornale il caso Venezia dove i dem hanno inserito nelle liste sette esponenti della comunità bengalese che invitano i loro connazionali a votare Pd "in nome di Allah". L'obiettivo prioritario è la costruzione di una grande moschea a Mestre, una proposta che ha scatenato le ire del centrodestra.
Al netto delle polemiche elettorali, è evidente come il centrosinistra, ormai orfano dell'antico blocco sociale di riferimento gli italiani delle periferie e delle fabbriche guardano ormai altrove sia costretto a rivolgersi ai migranti, integrati o meno. Un corto circuito. Come la cronaca ci racconta, gran parte di queste comunità sono profondamente intrise di culture religiose integraliste con regole sociali antitetiche a visioni laiche e lontanissime dalle suggestioni woke care ai radical chic. Si pensi al ruolo della donna e al netto rifiuto dell'omosessualità. Eppure a sinistra si glissa e si persevera.
Una malattia che arriva dalla Francia dove Mélnechon ha trasformato il suo partito La France Insoumise nel ferro di lancia dell'islamo-gauchisme, una stramba marmellata in cui convivono malamente sinistra vetero terzomondista e islamici radicali, uniti solo dall'odio verso quell'Occidente "bianco, ricco vecchio" colpevole di ogni malefatta, di ogni crimine. Una miscela velenosa che serve a raccattare voti in qualche università o nelle banlieue più disperate ma, come dimostra la scena d'Oltralpe, è incapace di trasformarsi in un'alternativa politica credibile.