"L'agricoltura sembra tremendamente facile quando il tuo aratro è una matita e sei lontano migliaia di chilometri dal campo". Per mettere sotto i riflettori un comparto strategico e a lungo bistrattato la premier Giorgia Meloni cita il 34° presidente degli Stati Uniti Dwight Eisenhower. Ma prende anche in prestito le parole di Cicerone per raccontare la sua vicinanza ad una galassia umana e produttiva a lei storicamente cara.
Il palco è quello di Brescia, l'occasione è l'assemblea di Coldiretti. Dopo il blitz a sorpresa a Niscemi in mattinata (sono stati annunciati 150 milioni per infrastrutture e indennizzi nel Consiglio dei ministri di oggi), dall'altra parte dell'Italia la presidente del Consiglio disegna una vera e propria visione di governo che incrocia politica economica, scenari geopolitici e sfide dell'Unione Europea. L'appello è rivolto proprio a Bruxelles. "Serve un'Europa lontana da quella dei cavilli, dei burocrati e della standardizzazione, questa deriva ideologica è il primo nemico dell'Europa e colpisce uno dei pilastri della sua identità: il mondo agricolo".
Il peccato originale è più di uno: la delocalizzazione dei settori produttivi, il green deal, i mancati accordi sul principio di reciprocità. Proprio sulla sovranità alimentare ("abbiamo un ministero dedicato perché tre anni e mezzo fa dopo aver vinto le Politiche sono andata ad ascoltare gli agricoltori") Meloni argomenta: "Ci troviamo in una stagione di cambiamenti e di crisi geopolitiche che riportano al centro i temi dell'approvvigionamento e della sicurezza alimentare e che ci dice che la sovranità alimentare è fondamentale se vuoi rimanere libero". Ma nel mirino c'è anche la storica battaglia - condivisa dal governo, ieri rappresentato anche dal vicepremier Antonio Tajani e dal ministro Francesco Lollobrigida - di Coldiretti contro l'italian sounding. "Abbiamo rafforzato i controlli e il contrasto alle frodi in un'azione di sistema, ma la battaglia si consuma a livello europeo. Non può accadere che i prodotti bloccati nei porti di Trieste o Gioia Tauro arrivino comunque sulle nostre tavole passando da Rotterdam". Ecco allora l'annosa questione: le regole imposte alle imprese agricole italiane devono valere ogni volta che viene importato un prodotto straniero. Altrimenti è concorrenza sleale. "Il principio di reciprocità è la condizione minima per siglare accordi commerciali giusti per i nostri imprenditori", precisa la premier. D'altronde secondo gli studi l'Europa rischia di perdere fino al 20% della sua produzione alimentare a causa delle regole troppo stringenti, con l'effetto di rendere il Vecchio Continente sempre più dipendente dalle importazioni. "Per questo cambio di passo non ci manca la determinazione - arringa Meloni davanti al presidente di Coldiretti Ettore Prandini -. È l'unica scelta possibile se non vogliamo che l'Europa venga consegnata all'irrilevanza della Storia. Il vero europeista è chi combatte queste battaglie".
Eppure nonostante il "fake in Italy", la concorrenza sleale, la crisi internazionale - persino nonostante l'Europa - l'agricoltura italiana resta un'eccellenza "di primaria importanza" che il governo vuole continuare a sviluppare.
Finora il ministero dell'agricoltura ha messo oltre 10 miliardi in tre anni per il comparto, mentre oltre 5 miliardi in più nel Pnrr sono stati investiti "sui contratti di filiera, sull'efficientamento idrico, sull'energia rinnovabile utilizzando stalle e serre, senza regalare un solo metro quadrato alla speculazione".
E poi ci sono la formazione negli istituti agrari e alberghieri e il progetto "Generazione Terra" rivolto ai giovani. In questo scenario "abbiamo fatto dell'Italia la prima nazione a vietare la produzione, l'importazione e la commercializzazione del cibo sintetico, tracciando la strada in Europa e nel mondo", precisa Meloni.